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Il racconto della nostra vita e altre bugie

Recensione del romanzo "Il senso di una fine" di Julian Barnes




Il gioco dei rimpianti ha fondamentalmente un unico innesco ed è la risposta alla domanda: ho lasciato che la mia vita accadesse oppure ho seguito i miei sogni? La risposta, quale che sia, è comunque falsa perché nessuno di noi ha l'esatta misura del proprio vissuto e la sola che possediamo è dettata da bugiarde e lacunose impressioni.


C'è un concetto più volte espresso nel romanzo di Julian Barnes "Il senso di una fine" che è il seguente: “... ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi.” La parola, queste stesse parole che sto scrivendo, sono non solo soggettive, ma causate da intenzioni coscienti e incoscienti, contesto, pigrizia e chissà cos'altro, eppure hanno un potere magico: una volta pronunciate si sostituiscono alla realtà. La nostra stessa vita è, dunque, non la vita in sé ma il racconto che di essa forniamo o che altri ne forniscono per noi. In ciò il romanzo di Julian Barnes è rivelatore, filosoficamente e antropologicamente rilevante. Meno sorprendente il riferimento alla necessità del coraggio quale strumento di espressione della vita stessa. Di seguito un estratto del romanzo su tale argomento: "Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai né vinto, né perso, ma avevo lasciato che la mia vita succedesse? Io che avevo le ambizioni di tanti ma che mi ero ben presto rassegnato a non vederle realizzate? Che avevo evitato il dolore e l'avevo chiamata attitudine alla sopravvivenza? Che avevo pagato conti e bollette, che ero rimasto in buoni rapporti con tutti il più a lungo possibile: io per cui estasi e disperazione erano diventati da molto tempo giusto parole lette una volta nei libri? Uno i cui rimproveri a sé stesso non lasciavano mai il segno?" Non è un caso che il coraggio sia il fondamento stesso dell'arte, che vivrebbe in confini troppo angusti senza poter contare su tale forza. In fin dei conti arte e vita sono più vicini di quanto sospettiamo, un po' come la necessità che abbiamo noi tutti di appartenere ad un racconto più grande.


Ok, spengo il cervello. Leggere, infatti, non è roba solo per neuroni e sinapsi, ma è essenzialmente empatia. Il personaggio di Julian Barnes, Julian Barnes stesso, rappresenta noi stessi nella dura, distratta lotta che conduciamo ogni minuto per esistere ed esprimerci, ma ho avuto l'impressione di non essergli diventato amico nel corso della lettura del romanzo. Ho imparato da lui e il tempo della lettura è stato ben speso, ma poi ci siamo separati e ognuno ha proseguito per la propria strada. Che devo dire ancora? Mi sono innamorato di personaggi improbabili, distanti dal mio vissuto anni luce come Ferdinand Bardamu, il Celine autobiografico di Viaggio al termine della notte o come Archie Ferguson in 4,3,2,1 di Paul Auster (leggi qui la recensione) e altri ancora. Li ho amati probabilmente perché avrei voluto farci quattro chiacchiere di notte, bevendo in qualche bar, ridendo, commuovendomi e maledicendo la vita per quanto sia vana. Oppure perché avrei voluto essere come loro, non lo so, ma i libri sono come le persone: capita di incontrarne alcune e entrare in empatia e altre rispettarle, apprezzarle, ma far fatica a fargli una telefonata il giorno dopo.


Qualche parola sull'autore: Julian Barnes è nato a Leicester nel 1946. Tra le sue opere Einaudi ha pubblicato Il rumore del tempo e Prima di me. Il senso di una fine ha vinto nel 2011 il più importante premio letterario di lingua inglese, il Man Booker Prize.


La trama? Tony Webster è un uomo senza qualità. Negli studi e nel lavoro, nei sentimenti e, c'è da scommetterci, anche nel sesso. Ma quando la lettera di un avvocato gli annuncia il lascito di 500 sterline e del diario di Adrian, il più brillante dei suoi compagni di scuola morto suicida, la sua vita subisce una scossa. Qual è il segreto custodito nel diario? E, soprattutto, perché a distanza di quarant'anni Veronica, che lo aveva lasciato per Adrian, ricompare nella sua vita trincerandosi dietro un muro di silenzio?


Una storia che avrebbe elementi per essere persino avvincente, ma non credo ciò interessasse a Mr. Barnes . Quel che voleva, essendo coevo del protagonista ormai settantenne, era capire come diavolo viviamo le nostre vite o, meglio, come ce la siamo raccontate fin qui.


Se ti è piaciuto questo post ti consiglio di leggere la recensione del romanzo più realistico e jazz di Murakami.


Se ti piace il jazz, dato che questo è essenzialmente un blog di book & jazz, ti consiglio di fare un giro sulla playlist che ho dedicato al jazz londinese contemporaneo. Ascolta su Spotify e poi dimmi se ti è piaciuta.


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