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Ornette Coleman, John Coltrane, Sonny Rollins e la rivoluzione jazz anni 60

Anni cruciali per il jazz, anni in cui ogni musicista dopo la comparsa di Ornette Coleman ha dovuto scegliere chi essere e da che parte stare. Il jazz sceglie di perdere il suo potere di comunicare alle masse per avvicinarsi all'arte contemporanea.


Ornette Coleman, John Coltrane, Sonny Rollins: la rivoluzione jazz dal 1959 al 1965

Gli anni della contestazione, prima che dal '68, sono rappresentati dalla svolta di Ornette Coleman. Il sassofonista infiamma la scena jazzistica newyorkese nel 1959. Coleman all'epoca poteva contare su un solo LP prodotto nel 1958 per la Contemporary, ("Something Else!!!!: The Music of Ornette Coleman." con Don Cherry alla tromba, Billy Higgins alla batteria, Don Payne al contrabbasso e Walter Norris al pianoforte), ma il sassofonista texano aveva già fortemente impressionato i colleghi. Suonava un sax bianco di plastica, e ne estraeva urla, suoni sghembi, lasciando affiorare nello stridore parte delle sue radici blues. Nel 1960, Coleman registrò l'album "Free Jazz: A Collective Improvisation," in cui figurava un doppio quartetto jazz, con Don Cherry e Freddie Hubbard alla tromba, Eric Dolphy al clarinetto basso, Charlie Haden e Scott LaFaro al contrabbasso, Higgins e Blackwell alla batteria. il disco fu registrato in formato stereo, con la musica prodotta da ogni quartetto isolata in un canale diverso. Quasi scomparsa la melodia, il caos sembra regnare e sbatte la porta in faccia al pubblico che non ci capisce più un bel niente.


Il Jazz si spinge così incontro all'arte contemporanea, ma con ciò ha irrimediabilmente rarefatto il rapporto col pubblico e persino con gli stessi critici, impreparati a questa torsione. E' probabilmente figlia della stessa sensibilità la nascita negli anni '60 di Fluxus, ovvero un network internazionale di artisti, compositori e designer conosciuti per aver mescolato diversi media e discipline artistiche che non a caso ebbe una corrente interna fortemente anti-commerciale e anti-artistica.. Fluxus fu poi influenzato dalle idee di John Cage sulla sperimentazione, che prevedeva l'inizio di azioni, senza sapere a quale risultato avrebbero eventualmente portato, dando così molta più importanza al processo di creazione che al prodotto finale (vi ricorda la composizione istantanea tipica del jazz?).


Segnatevi, dunque, 1959 e rottura definitiva nel 1960 con un progressivo ritrarsi del jazz nel campo disabitato delle nicchie. Nei medesimo anno in Europa nascono i Beatles e i Rolling Stones, che a loro volta in chiave pop, rompono gli schemi e diventano i fenomeni di massa di cui tutti sappiamo. Che nell'aria, dunque, ci fosse sete di cambiamento è un fatto. Che pubblico, critica e artisti distinguessero bene tra forma e sostanza è, invece, tutto da capire o, almeno, da distinguere caso per caso.. D'altronde citando il Tolstoj di "Guerra e pace" "tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono sempre le idee più semplici". Fu così che il jazz entrò progressivamente in una riserva, nonostante fosse quello il periodo propedeutico a grandi cambiamenti sociali. Come si evince da queste rivoluzioni artistiche antecedenti il '68 è la cultura quasi sempre a precedere fenomeni di massa ed è l'artista a non essere specchio dei tempi, ma martire che li anticipa. Il jazz a mio avviso si caricò sulle spalle il fardello, rinunciando per contropartita a comunicare con le masse, privilegiando per questo le elite.


Ma rientriamo nella riserva, laddove di fatto se non alberga la folla, almeno la frontiera. Di certo ogni rottura col passato è di per sé affascinante. Per un artista poi la vera scommessa non è tanto l'essere interprete, se non addirittura simbolo del proprio tempo, quanto l'icona anticipatrice. Tale John Coltrane nel 1959 incide 7 dischi tra cui il totemico "Kind of Blue" sotto l'egida di Miles Davis e "Giant Steps" con Tommy Flanagan al piano, Art Taylor alla batteria, Paul Chambers al basso. Il titolo di quest'ultimo già allude al passo necessario per scavalcare la linea di confine del già raggiunto. Nel 1960 Coltrane forma il suo primo quartetto insieme al pianista McCoy Tyner, il bassista Steve Davis ed il batterista Elvin Jones. Sempre nel 1960 esce lo splendido "My Favourite Things", dove, grazie all'incoraggiamento di Miles Davis, comincia a suonare convintamente il soprano. La curvatura della sua musica giunge, però, ad una successiva vetta nel 1964 con "A love supreme", un vero e proprio concept album interamente dedicato a Dio a cui il musicista rimette la sua anima e la sua stessa ricerca musicale. Per farlo, però, usa strumenti umani, per quanto sublimi. Il progetto è un vero e proprio percorso mistico che inizia dalla contrizione (Acknowledgement), alla svolta rappresentata dal cambiamento (Resolution), alla risoluzione con la conseguente messa in atto del proprio proposito (Pursuance) fino al salmo di ringraziamento (Psalm), una sorta di invocazione/dialogo che si fa largo tra le tonanti percussioni di Elvin Jones. Bellissimo, denso, doloroso ma pieno di vita.


Sonny Rollins, invece, nell'agosto del 1959 stacca la spina, dopo aver lavorato come sideman con Bud Powell, Thelonius Monk, Dizzy Gillespie, Miles Davis e aver prodotto una ventina di titoli da leader tra cui niente meno che "Saxophone Colossus". Alla soglia dei 30 anni, dopo aver suonato ai massimi livelli fin dai 16, sparisce per riposarsi, studiare e riflettere. Cosa era successo? Sonny è uno spirito libero, ma per esserlo occorrono due cose: domandarsi cosa prendere e da cosa non farsi prendere. I cambiamenti musicali erano troppo aggressivi e la sua stessa musica, un tempo driver di cambiamento, poteva in breve divenire un vettore espressivo non sufficiente. La musica in effetti è duplice: è essa stesso mezzo e contenuto, forma filosofica e atto. Occorreva trasformarla, lasciarsi trasformare ma solo per quanto necessario a esprimere la verità, l'autentico bisogno, l'essenza, cardini in qualsiasi arte. Se in John Coltrane da un punto di vista spirituale e in Ornette Coleman da un punto di vista formale e politico tali istanze sono fortemente rappresentate, in Sonny Rollins è come se in quegli stessi anni divenisse udibile, si facesse nota il perturbarsi della sua stessa forza artistica. Di lui Miles Davis disse: «Sonny era una leggenda, quasi un Dio per i musicisti più giovani. Molti pensavano che suonasse al livello di Bird. Quello che posso dire io è che ci andava molto vicino. Era un musicista aggressivo e innovativo con sempre nuove idee. Mi piaceva tantissimo come strumentista ed era anche un grande compositore, ma penso che più tardi Coltrane lo abbia influenzato e gli abbia fatto cambiare stile. Se avesse continuato quello che stava facendo quando lo conobbi, forse sarebbe oggi un musicista anche più grande di quello che è - ed è un grande musicista)»

Emblematico il 1962, anno in cui torna sulle scene. Quando salì sul palco di Milano nessuno era in grado di dire che musica avrebbe suonato. Insieme a lui lo spigoloso, dannatamente free (e per questo indigesto a metà della critica) Don Cherry e non il Jimmy Hall, maggiormente incline all'uso della melodia, consueta base da cui partire per i suoi robusti assolo. Per avere il senso di quel periodo basta ascoltare il live "Our Man in jazz" e non certo il più rotondo "The Bridge". (appunto con Jimmy Hall). L'ironia e e il lavoro sulla citazione continuano ad essere la costante, sebbene si faccia più radicale il suo approccio, così come l'intrinseca verità perseguita resta la stessa, ma qualcosa è cambiato. I tempi stanno per cambiare e la sensibilità del periodo esige guerriglieri o martiri senza che lui intenda essere né l'uno, né l'altro. Ma la musica e il jazz più di tutti gode del libero arbitrio e ognuno può scegliere liberamente chi e cosa preferire.


Per chiudere questo breve cenno su un quinquennio (1959-1964) fondamentale per la storia del jazz e dell'arte in genere, voglio citarvi la definizione che proprio Sonny Rollins dà dell'atto creativo, perché in fondo, qualsiasi sia il genere, il periodo, il coraggio creativo, l'intento formale, nella musica come nella vita è solo la verità che conta. Se al concetto “suonare” sostituite, infatti, “vivere” e al posto di “musica” usate “vita” ricaverete il senso delle cose, altrimenti fate come vi pare. “Quando suono al meglio lascio che sia la musica a suonare me. Credo nell’invisibile. La musica è mistero. Non la puoi analizzare nello stesso momento in cui la suoni.


Di seguito per le vostre orecchie alcuni dei capolavori citati. Besos.











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