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JAZZ & BOOK BLOG  a cura di Federico Fini (Chiediameblog)

 
 
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Murakami e altri pesci di profondità

Recensione del romanzo "A sud del confine, a ovest del sole"



Io non sono giapponese, non amo la profondità, l'abisso, non amo i silenzi estenuanti, non amo l'estenuante di per sé in qualsiasi ambito. Io voglio il sole, se c'è la pioggia non mi crogiolo. Se cado mi rialzo, rido, domando, chiacchiero di quello che mi passa per la testa. In comune col protagonista del romanzo sono appassionato di jazz, ma non quello tipo Star crossed lovers di Duke Ellington, un brano del '57 tratto dal progetto Such sweet thunder composto dallo stesso Duke e dal suo alter ego compositore e arrangiatore Bill Strayhorn. Progetto che era a sua volta ispirato da una tournee in Canada per lo Stratford Shakesperian Festival . Star crossed si traduce con "amanti sfortunati" ed è un progetto per grande orchestra, un po' di maniera. Mi ricordo il documentario di Wim Wenders Tokio Ga del 1985, Era un omaggio a Ozu nel quale filtrava un Giappone per certi versi assoggettato alla cultura americana stereotipata, ma con una grande cultura, solida, imponente, mai del tutto libera di esprimersi in leggerezza, vincolata da ossessioni sociali. La stessa passione per i cocktail in Giappone sembra una trasposizione di una cultura altra e un rito solipsistico. E' solo alcol miscelato, icona e non esperienza, ascolto della persona, condivisione. Una figura retorica, insomma.


Potrei chiudere qui la recensione di "A sud del confine, a Ovest del sole" di Haruki Murakami. Un libro o un film spesso si spiegano per assonanze, per paradigmi. Potrei chiudere qui, se non fosse che finora in ciò che ho scritto ha prevalso il mio brutto carattere che quando se ne sta compresso nelle pagine di un libro compatto ha poi bisogno per reazione di esplodere e liberarsi.


Ripartiamo dalla trama, quindi. Hajime è figlio unico quando nel Giappone degli anni '50 era rarissimo non avere fratelli o sorelle. Con un processo tipico delle minoranze (che solitamente le rende più ricche) si estrania dalla massa, finché non incontra la coetanea Shimamoto, dodicenne e figlia unica come lui, in più affetta da leggera zoppia. Il caso li divide e i silenzi di entrambi li terranno costantemente a distanza negli anni, sublimando il loro inconfessato amore. La vita di Hajime procede, inciampa, sembra ricomporsi in un menage familiare con moglie e due bambine, ma sempre con la consapevolezza che la vita, la vita vera, non è quella che sta dissipando, ma quell'altra, quella che sarebbe potuta essere con Shimamoto in un altrove indefinito, a sud del confine e ad ovest del sole. Una vita che forse, 25 anni dopo, quando lei riapparirà dal nulla, diventerà realtà.


Aggiungo che Murakami Haruki è nato a Kyoto nel 1949 e per Einaudi ha pubblicato tra gli altri: Noewegian Wood, Kafka sulla Spiaggia e i 1Q84.


In conclusione leggere implica riscrivere mentalmente, paragonarsi. Ciò ovviamente non ha a che vedere con un valore oggettivo, bensì soggettivo. E' un accumulo di indizi che può essere utile per riscrivere la propria stessa vita. Il romanzo di Murakami ha in sé una cultura di appartenenza altra, come il jazz che muta l'anima a seconda delle latitudini e del tempo. Ha un'inquietudine che è rarefatta, immobile, eppure come scoprirai nel romanzo in qualche modo in divenire. Ha una profondità a cui non so arrivare come quella di pesci che abitino l'abisso. Ha immagini emblematiche che stanno sul bordo della realtà, pronte a divenire oggetti dell'inconscio (sebbene si tratti del romanzo più realistico dell'autore). 200 pagine cui si giunge in fondo rapidamente col senso dell'esploratore appagato che, dopo essersi immerso in un mondo altro, possa raccontare agli altri come si vive laggiù, lontano.


Buona lettura.


Se questa recensione ti è stata utile ti invito a leggere i miei commenti su 4,3,2,1 di Paul Auster.


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