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Makaya McCraven: il jazz trasloca dove c'è gente


Makaya McCraven: il jazz trasloca dove c'è gente
Makaya McCraven: il jazz trasloca dove c'è gente

Makaya McCraven, nato nel 1983 da padre batterista jazz e madre cantante ungherese, non deve averci messo molto per capire quale sarebbe stata la sua professione. Più difficile determinare entro quale perimetro sviluppare il proprio drumming e le capacità compositive.


Dalle prime esperienze nel 2006 con i Cold Duck Complex sorta di gruppo funky in salsa hip hop, giunge all'approdo dello splendido progetto Human Beings del 2016, suonato e concepito insieme a musicisti della schiera underground come Joel Ross, il giovane vibrafonista di Chicago ormai sulle prime pagine di qualsiasi rivista jazz, il londinese Shabaka Hutchings (sax tenore suonato da bambino sui versi di Tupac) o l'arpa di Brandee Younger from Hempstead (NY) che ha collaborato con musicisti che vanno da Pharoah Sanders, Jack DeJohnette ai The Roots. Il progetto "Human Beings" si divide in quattro sezioni, ognuna delle quali è stata registrata con una band specifica e in un luogo diverso, tra New York (dal vivo nel Queens), Chicago, Londra, Los Angeles, prendendo ispirazione dalle diverse formazioni e dagli stessi luoghi. Si potrebbe definirlo per analogia una sorta di "Taxisti di notte" ("Night on Earth"), il film del '91 diretto da Jim Jarmush e scritto in 8 giorni che traeva la sua poetica dall'immergersi completamente in diverse città nell'atmosfera del momento.


Se riflettete su questi elementi avrete già una prima ricostruzione del perimetro riconducibile alla musica di Makaya McCraven. Il suo processo creativo fa uso di sonde umane, per loro stessa natura immerse nella contemporaneità, musicisti abituati a esprimersi utilizzando strumenti e parole, che rifiutano l'etichetta jazz, aristocraticamente intesa, qualora per jazz si intenda una sorta di conventicola in cui qualcuno riconosce qualcun altro e il pubblico non c'è.


Nei confronti del suddetto ci sono essenzialmente due atteggiamenti: ingraziarselo o sublimare il quotidiano da noi tutti vissuto di cui "il pubblico" è attore protagonista, sebbene dimentico di ciò. La ricerca di Makaya non è rivolta alla gente in quanto mero soggetto ricevente, né intende legittimare lo status quo, ma, piuttosto usa la contemporaneità, la spiritualità, l'impegno civile quale parte attiva del processo creativo per giungere alla bellezza. Una bellezza, però contemporanea, accessibile, comprensibile ottenuta usando gli stilemi del quotidiano: la parola, la melodia, il piacere istintivo. E' arte povera. Descrive situazioni underground, laddove i protagonisti sono gli outsider, ovvero la maggioranza, noi tutti. Da qui l'approdo a un altro suggestivo lavoro che sto ascoltando in maniera compulsiva "We're new again", vero e proprio tributo al poeta e musicista Gil Scott-Heron.


Scott-Heron (muore nel 2011 a 62 anni) è stato autore di spoken word, cioè di poesia recitata su basi musicali. Viene considerato il precursore dei rapper, ma, in realtà, ebbe un rapporto conflittuale con essi, stimolandoli ad andare oltre l'accettazione della società, di tutti i suoi vani miti e ad elevare il proprio stile. "C'è una grande differenza tra mettere parole sopra qualche musica, e fondere quelle parole nella musica. " Affermava riferendosi proprio a coloro che si accontentano di un rapping utile solo al riconoscimento reciproco. "Non c'è molto di divertente. Usano molto slang e termini colloquiali e non riesci davvero a vedere dentro la persona. Al contrario, hai solo molta affettazione". Aveva colto il punto, lo stesso che utilizza Makaya McCraven, come pass per uscire dal recinto jazz, dalla riserva costruita usando slang che servono appunto solo per il riconoscimento reciproco, una sorta di rito di elitaria mutua accettazione, violando con ciò i principi cardine dello spirito jazz: il libero coraggioso meticciamento, lo sporcarsi le mani, il cadere e risalire, la nota bassa e alta, entrambe allo stesso modo al servizio dell'arte.


"We're new here" fu il testamento artistico di Gil Scott-Heron pubblicato nel 2010, prodotto da Richard Russel per la XL Recordings, lo stesso che 10 anni più tardi ha investito Makaya McCraven del delicato compito di ridare vita al progetto. L'approccio di Makaya consente di legittimare il gioco di parole usato per il nuovo titolo. "We're new again", sostituendo lo scheletro sidereo dell'originale base sonora, certe inquietanti voci di infantili ectoplasmi, valorizzando, invece, la voce evocativa di Scott-Heron. Ne nasce un progetto solare, di maggior impatto, le cui radici urbane esplodono l'asfalto per consentire all'albero della condivisione di giungere al cospetto del cielo, una sorta di totem attorno al quale danzare e favorire una diversa sensibilità che consente di immedesimarsi ed evolvere allo stesso tempo.


Makaya McCraven ha agito onestamente nei confronti di Gill Scott-Heron e della sua stessa musica (anche se personalmente preferisco l'enorme "Human Beings" per la forza del progetto, così profondamente radicato e condiviso da altri spettacolari musicisti). Si è preso una responsabilità e l'ha condotta in porto. Intendo la responsabilità di traslocare il jazz laddove ci sia gente che lo possa ascoltare e che, tramite la contaminazione e il reciproco influenzarsi delle arti con la società, consenta al jazz di vivere, vivere in mezzo alla gente. Un disco da ascoltare più volte, che appaga cervello e budella. Besos.


Per saperne di più sulla musica di Makaya McCraven ascolta i due dischi che trovi di seguito.





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il post pubblicato su Ornette Coleman, John Coltrane, Sonny Rollins e la rivoluzione jazz anni '60. Clicca qui.

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