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"Sexuality" di Simone Graziano: quando il reale sconfigge l'ideale


Simone Graziano, Frontal, Sala Vanni, 8 novembre 2019


Cammino e mi guardo intorno. Nelle girandole di foglie e cartacce che si azzannano per la via sento una grande inquietudine. L'avverto nella vecchia che incrocio, prossima alla fine, nell'impiegato che vive l'incertezza , nel bianco che scruta il nero. Fortuna che tengo sempre le cuffie ben calzate e ascolto musica jazz. Niente playlist, ma un intero album. "Sexuality", per la precisione, progetto del pianista e compositore fiorentino Simone Graziano uscito il 1 novembre per Auand ed eseguito dalla formazione denominata Frontal. Dato che per mia ignoranza non mi è ancora chiara la composizione della band, ricorrente nei lavori di Graziano, mentre attraverso la folla do una sbirciata al suo sito. C'è scritto: "Frontal è composto da alcuni tra i migliori talenti del jazz nostrano quali Gabriele Evangelista al contrabbasso e Stefano Tamborrino alla batteria. La band presenta una front line davvero eccezionale: il newyorkese David Binney al sax alto, ritenuto tra i più creativi e importanti sassofonisti al mondo, sta influenzando intere generazione di musicisti; Dan Kinzelman al sax tenore, americano naturalizzato in Italia, voce originalissima del sassofono contemporaneo che è subentrato a Chris Speed, il cui sassofono tenore ha arricchito la registrazione del primo album in studio." Ma guarda come è piccolo il mondo, quello del jazz, intendo.. Dan, Dan Kinzelman, la pertica, il gigante buono che suona sax tenore e clarinetto con voce potente e, per quanto giovane e capace di spaccare tutto, con una modulazione, una poesia autentica che lo guida senza mai farlo debordare; e Stefano Tamborrino, uno dei miei batteristi preferiti per il ritmo secco, la capacità di interpretare i passaggi musicali, di narrare storie dentro al brano con la propria personale voce. Due dei miei musicisti preferiti che danno vita ad altrettante formazioni che seguo con affetto e grande piacere: gli Hobby Horse e i Ghost Horse (leggi su questo blog la recensione di Helm degli Hobby Horse ). Mi fermo per un caffé. Continuo a frugare sullo smartphone. Cantina Bentivoglio, Bologna... Quasi, quasi vado ad ascoltarli. Occorre una baby sitter per 4 o 5 ore almeno dato che parto da Firenze., non facile perché in mezzo alla settimana... Aspetta.. Bingo! Leggo: "Concerto alla Sala Vanni 8 novembre", così non devo farmi neppure 3 ore di strada.. Rimetto lo smartphone in tasca.


8 novembre 2019, ore 21. Piove, dannazione. Piove e il mondo sembra sempre più inquieto sotto l'acqua. Gli ombrelli divengono scudi e i passi nelle pozzanghere echi di marce militari. Le parole, è colpa delle parole. Il fatto che non abbiano apparentemente un costo ha consentito loro di essere sulla bocca di ognuno, anche di chi farebbe meglio a tacere. Chiudo l'ombrello sotto il loggiato prospiciente la vecchia Sala Vanni, una sala da concerti di Firenze il cui nome deriva da Giovan Battista Vanni, pittore fiorentino autore dell'affresco della Cena di Cristo in casa del Fariseo che la decora. In fila per i biglietti un tizio chiede quali carte consentano lo sconto dello sconto dello sconto... Coop, Arci.. E chi lo sa? Mi guardo intorno. Ai concerti jazz ho sempre l'impressione di essere il più giovane, il più figo, ma nello specifico è solo per via dei due calici di vino che ho appena bevuto grazie a una degustazione abbinata alla serata. Non so cosa cerco. Credo l'ideale, perché il reale mi ha stufato. "Tutti loro sono il reale" mi dico guardando il pubblico, tutte quelle labbra sui calici, quel trucco "pensante", quelle calvizie geniali che si contrappongono ad altrettante becere, quelle esclusività mai tali. Il mondo è vecchio, è logoro, è bugiardo. Mi seggo.



copertina di Sexuality di Simone Graziano

E' da quando è uscito che ascolto Sexuality, da bravo, ligio, serio jazz lover, ma non me ne sono ancora fatto un'opinione. Bello, dannatamente bello il video pubblicato su Repubblica in cui dal brano che da il titolo al progetto è stata costruita una coreografia di corpi. Ritrovo l'amore di Simone Graziano per le reiterazioni di frasi musicali (colpa della sua curiosità per il Fender Rhodes, un particolare pianoforte elettrico), genialmente ricreate in reiterazioni di movimenti. Penso che da sempre il jazz avrebbe bisogno di mischiarsi, sporcarsi con qualsiasi cosa, col fango sopratutto. Lo fa per definizione ma spesso con quell'aria di superiorità come a dire: "hey bello, qui in sala sono il più intelligente ..". Arrivano sul palco quelli del Frontal. Istintivamente li percepisco giovani, una squadra, un gruppo figo, addestrato che stia per compiere un gesto dimostrativo. Che Simone Graziano sia la guida lo si vede subito. E' come nelle milizie repubblicane ai tempi della Guerra di Spagna, Non c'è un capo, ma qualcuno che viene spontaneamente designato. Gli altri sono Dan Kinzelman al sax tenore, Gabriele Evangelista al contrabbasso, Reinier Baas alla chitarra e Stefano Tamborrino alla batteria.


Cominciano con due brani, Afror e Buran. Resto emozionato, dico emozionato, dall'esecuzione di Dan Kinzelman. Penso che se avessi da produrre un progetto, una libera reinterpretazione del totem Coltrane, chiamerei lui. Dan mi colpisce perché vive l'esecuzione e il silenzio con la stessa autenticità. E' un sacerdote, un custode della verità per cui tutto quello che fa o non fa è realmente vissuto e al tempo stesso magicamente governato. Se c'è da urlare, urla con tutto il fiato spingendoti fino alla ribellione o all'amplesso che sono la stessa cosa. Se c'è da riflettere, con meravigliosa proprietà lessicale, restituisce un pensiero mai banale. E con un tono., un tono limpido e denso e strutturato. Finiscono i primi due brani e sulle labbra mi affiora spontaneo un "Dio santo" che non credo possa definirsi come il blasfemo "nominare il nome di Dio invano", quanto una segnalazione all'Altissimo qualora voglia reclutare dei validi alfieri. Ma non basta. A me la chitarra nel jazz non piace o, meglio, non interessa. Opinabile gusto, ovvio, disprezzabile, persino, ma sono fatto così. Questo fino al 7 novembre. Oggi è l'8 e ho appena ascoltato un talento sublime, Reinier Baas da Amsterdam. Non lo celebro tecnicamente, perché non so nemmeno cosa sia un accordo, ma se devo interessarmi a qualcuno desidero che abbia delle storie necessarie da narrarmi, meglio se inusuali. Se devo spendere del tempo in una sala umida dai muri scrostati che taluni mi dicono siano residui di arte, pretendo di vivere un'esperienza. Baas lo è. Bass è un'esperienza. Esprime una capacità di dialogo al servizio degli altri musicisti e un trascendentale commento solipsistico che scava brano nel brano, elevando al cubo la melodia.


C'è un momento nei concerti migliori in cui è come se i musicisti arredassero l'anima mia e vi venissero a suonare. Ci si sta un po' stretti, questo è vero, perché il mio individualismo ha occupato qualche stanza delle poche a disposizione, ma dal brano "Buran" in poi ho dato alla band le chiavi di casa. Gabriele Evangelista ha piantato il puntale del contrabbasso, ne ho sentito il vibrare, le dita che cercavano di cavare la forza dalle corde tese. La sua è la tensione che sottende la passione, lo scatto del nervo che inconsapevolmente spinge le nostre parole più oltre , fino al salto che Sexuality pretende. Un salto logico per certi versi, nel duplice senso cui possiamo attribuirgli. Intendo lo scarto necessario che occorre rispetto al quotidiano, ricomponendo il reale stesso secondo l'essenza, non idealizzandolo, né proiettandolo, bensì depurato dalle scorie e alimentato di potenza infinita. Ma non solo. Anche un salto, logico in quanto motivato, poiché di adeguarsi non è più il tempo. Stefano Tamborrino per primo è uno che non si adegua. Non perché cerchi strade alternative, quanto per via che sono loro a trovare lui. La naturalezza con cui interrompe i fraseggi per percorrere salite, che divengono discese, funzionalmente non solo al brano ma al mood del gruppo in quel preciso istante e la capacità narrativa di cui accennavo che gli consente di raccontare per intero la sua storia con duttilità espressiva. Rispecchia più un modo di pensare che una scelta musicale. Ragguardevole l'uso dei piatti che con lui partecipano ad una festa sgangherata, una roba da brass band ma che quando c'è da fare un discorso serio si mettono al garbo e recuperano immediatamente la sottigliezza necessaria. E poi il suono duro delle pelli che può piacere oppure no, anche se non credo che nel condominio universale qualcuno se ne sia ancora lamentato. Ultimo brano "Sexuality" (di seguito un piccolo assaggio con l'assolo di Dan Kinzelman). Fine. Fine del concerto, intendo. Florilegio di applausi dei circa 200 presenti, bis.



Ma Simone Graziano dov'è? Simone non è più un musicista o compositore, è divenuto l'oggetto stesso, il progetto. La maturità di un'artista alligna nel suo liquefarsi, nel non patire più il limite posto dalla propria individualità quale argine creativo. E' consapevole di aver costruito un gruppo ideale per esprimersi e ne coltiva la dirompente armonia, il talento dei singoli, l'arte sua. Un unico pugno teso contro il cielo a cui il succitato Altissimo può tendere il proprio per darsi reciprocamente un cosmogonico fist bump. Non occorrono prove di forza come in "Kinkali", brano che per la sua stessa difficoltà e, soprattutto, quale sottolineatura di inutili machismi, Graziano ha dedicato a dei ravioloni di carne georgiani. Pare, infatti, che questi abbiano il cuore reso talmente bollente dal ripieno che per scommessa si organizzano prove in cui i partecipanti tentino di ingoiarne il maggior numero uno dopo l'altro. In ciò e in ogni atto falsamente virile l'artista è felice di perdere come un Beatnik, ovvero un libero creatore, battuto e beato. E' di pochi. è dei più grandi questo darsi per intero senza esibirsi. Non è neppure un gioco di sottrazione, bensì la naturale inclinazione alla ricerca del bello che esclude l'ego. Sublime, dunque. Sublime l'oggetto in sé o, singolarmente nella narrazione della purezza, che consegue e precede all'atto sessuale. In "Purity" Simone ha chiuso con un bis e un assolo che non è stato appendice, bensì l'ovvio congedo con cui rendere le anime di noi tutti al proprio quotidiano apparso dopo di ciò più elevato e gli stessi ombrelli aperti, fiori offerti all'Eterno.


9 novembre 2019. Cammino e mi guardo intorno. Nelle girandole di foglie e cartacce che si azzannano per la via sento una grande inquietudine. L'avverto nella vecchia che incrocio prossima alla fine, nell'impiegato che vive l'incertezza , nel bianco che scruta il nero. Ma non è l'ideale la via per risolvere l'ansia che sento, quanto scavare nel reale e tirare fuori tutte le pepite che contiene e farne un disco come Sexuality.


Se vuoi ascoltare Sexuality su Spotify clicca qui.


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Se vuoi saperne di più su Gianni Lenoci, pianista e compositore jazz recentemente scomparso, leggi questo post su "Wet Cats" meraviglioso duetto con Francesco Cusa, amico e grande batterista jazz;


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