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CHIEDI A ME

JAZZ & BOOK BLOG  a cura di Federico Fini (Chiediameblog)

 
 
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Evans, Coltrane e Akinmusire alla festa del Jazz & Book Blog "Chiedi a Me"!

Il primo anno di vita del blog è appena trascorso. Bilanci e il meglio di.


John Coltrane, Bill Evans, Ambrose Akinmusire

Ok, sì. In questo post troverai articoli su Bill Evans, John Coltrane e Ambrose Akinmusire, ma prima di ciò due parole sul blog.


Ha compiuto il 24 ottobre il primo anno di vita e il suo compleanno coincide col mio. Nel 2018 decisi, infatti, di farmi un regalo. Pagai due spiccioli per l'url www.chiediame.com ed ecco fatto il jazz & book blog. Non lo feci per amore, bensì per interesse. Ad aprile 2019 sarebbe uscito per Emersioni il mio romanzo "Chiedi a Coltrane" (per questo il titolo Chiedi a Me). e avevo bisogno di una piattaforma online per parlarne. All'inizio gli unici lettori furono gli amici. Penso a Checco, Andrea, Cristina, Alessandra e la media di lettura di un post era intorno alla ventina di views. Manco io sapevo bene dove andare a parare. Poi però capii che scrivere un blog significava approfondire e cominciò a piacermi. Un conto, infatti, è ascoltare un progetto musicale senza doveri particolari, cazzeggiando e un altro prendersi l'impegno di scrivere qualcosa che abbia un senso, che sia documentato. Che le cose erano cambiate me lo hanno fatto capire in questi ultimi tre mesi tre cose: numeri, stile, persone e personaggi.


I numeri:

negli ultimi 3 mesi il blog ha avuto 2.200 utenti unici, 7.300 visualizzazioni di pagina un tempo di permanenza intorno al minuto e mezzo (miracolo, leggono) e un basso bounce rate (quelli che rimbalzano e se ne vanno sono il 12%). Chiedi a Me comincia ad avere una voce.


Lo stile:

non bastano i numeri se non si sa cosa scrivere né i conti tornano. Tecnicamente sono una capra sia musicalmente, che per cognizioni letterarie. Ho deciso allora di scrivere, aderendo ad alcuni elementi jazz, improvvisando intorno alla melodia, che fosse di un libro o di un progetto musicale. Ne è venuta fuori, quindi, una narrazione personale, che attinge a dati il più possibile precisi, ma che al tempo stesso li rielabora. Non sono recensioni, ma esperienze vissute intorno all'oggetto della narrazione, rielaborazioni e creazioni esse stesse. Una scrittura che nasce dai miei limiti e dalle mie passioni per divenire, mi auguro, qualcosa di più che una semplice descrizione.


Le persone e i personaggi:

Considero Coltrane, il cane fantasma protagonista del mio romanzo "Chiedi a Coltrane" un amico figo che mi ha portato in giro a conoscere persone e partecipare a feste altrettanto fighe. E' lui che mi ha presentato Francesco Cusa, splendido batterista, artista e amico che a sua volta mi ha fatto conoscere altri jazzisti (tutti salutisti, che noia). Altri artisti recensiti sono divenuti parte di un confronto e di un miglioramento continuo (kaizen, come dicono i nippo) e fonte di ulteriori spunti creativi. Dalla platea al palco il passo non è stato breve, ma certamente divertente. Ho capito che mi è persino congeniale raccontare storie al pubblico e che mi permette di tenere insieme la mia anima markettara con cui pago il mutuo e quella più creativa, per cui ne approfitto e continuerò ad approfittarne. Altri progetti grazie a Coltrane e a Chiedi a me bollono in pentola: nuove storie, innovativi sistemi di distribuzione del contenuto, collettivi di artisti proprio insieme agli amici recentemente trovati. Non basta: il jazz è per me una filosofia di vita per cui romanzi e blog si può dire siano essenzialmente una descrizione verosimile del mio modo di vivere e pensare, un'apertura a nuovi incontri che mi rende più libero e felice.


Come festeggiare il compleanno?

Con un piccolo omnibus. Di seguito troverai, infatti, 3 post tra i meno recenti che non necessariamente sono i migliori, ma che rispecchiano la natura del blog e soprattutto quella fase di passaggio che ne ha determinato lo stile. Lunga vita alla creatività! Il resto? E' solo mutuo.


"Crescent", "Blue World" & "A Love Supreme" di John Coltrane





6 mesi da ricordare: da giugno a dicembre del 1964 John Coltrane registra col suo Classic Quartet presso i Van Gelder Studios a Englewood Cliffs nel New Jersey 3 diversi progetti, tra cui il postumo Blue World che uscirà tra pochi giorni (settembre 2019).

Ci sono giorni, mesi che segneranno le nostre vite, ne devieranno il corso come onde incontenibili, bruciature dell'anima che resteranno impresse nello spirito. Per le farfalle mesi, giorni, hanno un significato addirittura epico. La loro vita brucia, arde vivida come fosforo, rischiara la notte, si consuma e ogni istante del loro sentire vale la vita intera di una stella. John Coltrane era una farfalla, una geniale farfalla. Nel 1960 forma il suo primo quartetto e a luglio del 1967 muore a poco meno di 41 anni dopo aver rivoluzionato il mondo del jazz. John Coltrane era una dannata, bellissima farfalla.

Il tempo ammazza tutti, è vero, ma non liquida subito le sue vittime immergendole nell'oblio. Prima drammatizza il senso stesso della loro esistenza, contribuendo così a far scaturire la bellezza, ergendola a baluardo contro il niente da cui noi tutti nasciamo e a cui tutti torniamo. Personalmente me ne frego del tempo. Adesso, ad esempio, sono nei Van Gelder Studios con John Coltrane. Silenzio, dannazione, farò di certo silenzio e terrò il romanzo che ho scritto Chiedi a Coltrane nella sacca. Alla prima occasione gli dirò, nel mio stentato inglese, che... Non lo so, qualcosa inventerò.. Dunque, andiamo con ordine: John è entrato nei Van Gelder Studios di Rudy Van Gelder il 27 aprile 1964 insieme al suo Classic Quartet composto da McCoy Tyner (piano), Jimmy Garrison (contrabbasso), Elvin Jones (batteria). Deve registrare un lavoro per la Impulse! Records. 5 tracce, una prima spinta per allontanarsi da quanto aveva sin lì registrato con la casa discografica. Il primo brano che dà il titolo al progetto è Crescent. E' quasi dispotico, un assolo eseguito al sax tenore a cui il restante terzetto copre esclusivamente le spalle. Gli offre groove su cui il virtuosismo cresce continuamente. Tiro fuori dalla sacca un foglio bianco e una matita. Comincio a tracciare delle linee che s'inerpicano secche, staccano frequenti, segnano suntuosi spirali e grovigli. Sono una capra, lo so, ma se devo descrivere la musica del sassofono tenore di John Coltrane, l'unico modo che ho è disegnarla. Occorrerebbe avessi l'abilità di un calligrafo. Ripiego il foglio di carta. Le registrazioni vanno avanti da fine aprile al primo giugno. In Lonnie's lament resto impressionato dall'assolo di Jimmy Garrison. 3 minuti di bellezza, scelta delle migliori soluzioni, empatia. L'empatia è un ponte che conduce l'arte dritta al cuore, scava grammi di carne e le consente di divenire parte di noi. Non so se in quel periodo John avesse più problemi di sempre con la droga, ma di certo è in evoluzione, sta cercando qualcosa, spinge senza sapere ancora esattamente dove. Lo stesso uso degli assoli dei componenti, il dialogo che talvolta instaura con Elvin Jones, sono tracce di un cammino che è appena iniziato.

Elvin ha quella tessitura musicale che pare fatta a posta per allevare melodie rampicanti e beat afro che racchiude in sé lo spirito animistico che serve a John come booster per arrivare un pezzo più vicino a Dio. Se ne vanno. Non ho avuto il coraggio di fargli vedere il mio romanzo e neppure di dirgli che il lavoro che hanno fatto sembra qualcosa prima di qualcos'altro. Non credo l'avrebbero presa bene. Tanto di lì a poco ritorneranno nei Van Gelder Studios. Un tizio che John ha conosciuto, un regista canadese, tale Gilles Groulx gli chiede di fare la colonna sonora del suo film "Le chat dans le sac". L'ho visto. Figo! Non ci ho capito granché perché è in francese ma è girato in modo formidabile. Una nouvelle vague personale, esteticamente scabra e al tempo stesso ricca di bellezza, in bianco e nero. Ogni tanto mi lasciavo andare abbandonando la mia ignoranza linguistica per concentrarmi sul percepito ed era bellissimo entrare nelle vite dei due giovani protagonisti quasi che fossi coinquilino del loro appartamento dove fumavano di continuo e bevevano e parlavano e io ridevo, ridevo con loro. Empatia, l'empatia funziona. In fondo vivere è saltare da una vita all'altra, conoscere il più possibile delle proprie vite possibili, imprimersi bruciature qualora occorra, ma vivere. Mi sono domandato se davvero al film occorresse proprio la musica di John. Si tratta di alcuni take di Naima e altra roba. Naima è eterea, forse, non si presta alla ricerca ansiosa di vita che è nei giovani protagonisti, poi compare Blue World. Ha la costruzione di Crescent. Il quartetto serve soltanto per costituire un tappeto, raffinato, solido, ma pur sempre un tappeto col piano di McCoy che è esclusivamente percussivo, ma l'assolo di John in Blue World ha ancora più potenza rispetto a quello di Crescent., alza la voce verso il Cielo.

L'industria discografica è davvero curiosa. Un geniale manager, quando gli hanno chiesto che fare dei master non pubblicati ha omesso di controllare se ce ne fossero di preziosi e al fine di fare spazio nei magazzini della Impulse! ha fatto un vago segno con la mano e dato l'ordine. "Distruggete pure.." Poi Naima ha ritrovato la registrazione che John conservava e la casa discorgrafica l'ha digitalizzata. 37 minuti di musica che apprezzeremo da ottobre 2019 e che in parte ho già ascoltato grazie al film. 37 minuti che non cambiano l'orizzonte Coltrane. In Blue World il quartetto era ancora in viaggio verso la meta, per di più portando un bagaglio costituito in parte da esecuzioni di brani già conclamati. La stessa uscita di Both directions at one, registrata nel marzo del '63 e uscita lo scorso anno, a dire il vero non ha aggiunto niente. E' come aver rinvenuto un quadro a firma di un genio, che si colloca in un periodo, lo documenta con maggiore dovizia di particolari, ma il prima e il dopo è già stabilito. E il dopo è A Love Supreme, è questa la terra di approdo. Dicembre del 1964. Io stavo lì, seduto su uno sgabello negli Studios Van Gelder, rinfreddolito ad attendere. Il vantaggio di essere un ologramma che proviene dal futuro è conoscere già tutte le mosse in anticipo. Li vidi entrare tutti e quattro, sembravano più tesi di sempre. Il progetto era ambizioso. Un concept album, una suite in 4 parti dedicata a Dio: Acknowledgement ("presa di coscienza"), Resolution ("risoluzione"), Pursuance ("conseguimento"), e Psalm ("salmo"). Pare che John, appassionato di Joga, durante una delle sue meditazioni fosse entrato in contatto con l'Altissimo e avesse capito il da farsi. In Acknoledgement il contrabbasso di Jimmy Garrison suona ossessivamente una frase umana: "A love supreme". Lo fa da subito, per tutto il brano, fino a che la stessa voce libera del tenore di John non giunge alla presa di coscienza e a ciò seguono le voci dei musicisti, Hanno capito, hanno seguito John e alla fine hanno compreso quel che dovevano fare. La costruzione proviene da Crescent, dalla stessa Blue World, ma adesso è qualcosa di profondamente diverso, perché inserita in un progetto nuovo e altissimo. In Resolution e Pursuance cresce fortemente il peso di McCoy Tyner e di Elvin Jones. In Pursuance Elvin sembra concludere il brano che, invece, si riapre con uno splendido assolo di Jimmy Garrison. Stanno suonando direttamente seduti accanto a Dio, mentre questi tamburella con le dita. Il salmo finale, la gloria della purificazione è un intricato dialogo di timpani, piatti e di John che rende omaggio allo Spirito Santo. Mi guardo intorno. Possibile che in quella sala di registrazione, in soli 6 mesi, la splendida farfalla chiamata John Coltrane abbia costruito questo meraviglioso ponte tra la musica e il naturale bisogno umano di rapportarsi con l'infinito, col niente che ci ha partoriti? Guardo il mio romanzo e decido che va bene così. Siamo tutti fantasmi, magari ci incontreremo un'altra volta, da qualche parte e magari dirò qualcosa a John legato alla sua musica, al peso che ha avuto su di me o gli dirò soltanto che gli ho voluto bene, a lui e a tutti i ragazzi della band.


Origami Harvest di Ambrose Akinmusire



Origami Harvest - Ambrose Hakinmusire

Parlare di Jazz iniziando dal testo di un brano non è consueto, ma scrivo di ciò che mi pare, per cui...

Nei versi di Origami Harvest di Ambrose Akinmusire (pubblicato nel 2018) c'è qualcosa di denso, lo spirito delle strade notturne, deserte, quelle dove l'afa e la povertà si mischiano in un odore acre. Quelle che piacciono agli adoranti della salvifica estetica del miserevole e quelle che sono così come sono. Per Ambrose hanno scritto poeti di strada come Victor Vazquez e Kool A.D.. Origami Harvest è un progetto commissionato da Judd Greenstein per il Manhattan's Ecstatic Music Festival e Kate Nordstrum responsabile della St. Paul's Liquid Music Series, come a dire che chi ti da i soldi mica ti ruba l'anima se sei bravo a non vendergliela. Ambrose sta in giro, non nel chiuso dei jazz club. Ambrose non guarda le persone, ma ci parla, si china sul selciato, solleva lo sguardo per capire da dove sia partito il colpo, chi lo abbia sparato e perché. Non è disilluso, distante, è ancora incazzato. Ma sa e chi sa conosce la differenza che c'è tra picchiare duro, stravolgendo la realtà, rendendola di un colore solo e alludere alla verità. Lui sa, per cui stringe l'anima in un palmo e spremendola ne distilla i diversi colori. Musica da camera (grazie al gruppo d'archi newyorkese Mivos Quartet), jazz, voce (LmbrJck_T) e rapp (Kool A.D.), synth distorti di Michael Aaberg, reiterati che nemmeno Il Guardiano del Faro (Dio mio cosa ho scritto..), piano (Sam Harris) e batteria (Marcus Gilmore).

Please Please slide through the avenue Diagonal Please slide through the avenue Diagonal Travelling Space time Hold existence like a waist line I’m dancing with it

America, Americana, America nah...

Il Jazz è ancora tra noi. Agli albori del novecento ha raccontato di un popolo gettato in catene nell'inferno dei bianchi e da quella tragedia è divenuto musica di tutti (bianchi, neri e beige), di tutti coloro che hanno bisogno di cercare la propria strada, che hanno sete di libertà quella che serve a rendere vissuti i giorni che ci toccano in sorte. Il jazz è ancora tra noi quando suona Ambrose, arrabbiato come solo i Giusti sanno, mantenendo la lucidità e il dominio della propria ira, facendo propria la visione universale che solo bellezza concede. La tromba di Ambrose partecipa, lascia spazio, si tira via da parte, diventa esile e sottile, costruisce la melodia, la sminuzza, si avventura in viaggi solitari, là, più in alto, troneggia, vola e precipita. La tromba di Ambrose partecipa nel più puro spirito jazz, laddove il protagonismo è colpa. La batteria di Gilmore sembra accompagnarlo per strada, tra le fiamme, la morte e i fantasmi che escono dai tombini, tra le persone, i ragazzi incappucciati e davanti al cadavere di Trayvon Martin, ucciso da un vigilante. A lui è dedicata la splendida A blooming bloodfruit in a hoodle, qualcosa che suona come un fiore di sangue dentro ad un cappuccio. Finisco allora con questa storia: verso le sette di sera del 26 febbraio 2012, Trayvon, un ragazzo di 17 anni, esce da un negozio e cammina lungo una strada di Sanford, in Florida. Martin. Non ha precedenti penali, è disarmato e gira con una felpa con il cappuccio sollevato sulla testa, portando con sé una bibita e un pacchetto di caramelle. George Zimmerman – 29 anni, vigilante volontario delle ronde di quartiere – insospettito dal ragazzo, decide di segnalarlo alla polizia chiamando il 911 (il numero per le emergenze negli Stati Uniti). Inizia a seguirlo con la macchina, ma invece di aspettare l’arrivo della polizia decide di scendere e andargli incontro. Una discussione, uno sparo, un cuore rotto. Quel che si dice funzioni vitali cessate. Zimmerman è stato assolto grazie a una particolare legge sulla legittima difesa, approvata in diversi stati americani: quella basata sul principio del cosiddetto Stand Your Ground, che permette di sparare anche se ci si sente soltanto minacciati. È una delle leggi più permissive e controverse degli Stati Uniti e garantisce l’immunità a chi spara anche solo con “il ragionevole timore” di essere in pericolo di vita o di essere ferito gravemente.

"La fame La sete famelico Oh, l'energia selvaggia Non potrei mai rallentare Oh, basta rallentare Lo spettacolo continua Gli spiriti tremanti si svegliano nella notte inquieti In un morso dell'oscurità Wow, ora questo America America Americana Amerika nah! Il grande mostro. "

La finisco qui, finisco con la triste storia di un ragazzo ucciso, con un inciso del testo tratto da Miracle and streetfight di Ambrose Akinmusire, con la certezza che il jazz sia ancora vivo, perché ingloba e si lascia inglobare senza paura, restituendo sempre qualcosa che porta più in alto, e che le sei tracce dello splendido Origami Harvest sono uno dei 10 progetti jazz che faresti meglio ad ascoltare in quel che resta di questo 2019. A questo punto ti basta attendere che scriva degli altri 9. Quando avrò tempo, ovviamente. Detesto chi mi mette fretta.


"Explorations" di Bill Evans e "At Home with Zindars" di Luciano Troja



Explorations - Bill Evans


Passeggiando a Lione sul ponte che segna l'incontro tra Rodano e Saona ho pensato che la confluenza di due grandi fiumi sia emblematica. Alla prosecuzione di entrambi viene, infatti, attribuito per convenzione solo il nome del maggiore tra questi, ma il portato dei due fiumi solleva un gran pulviscolo nell'aria, una sorta di nuvola carica di energia e in quell'apparente caos si forma una diversa realtà, un diverso ordine degli elementi che dovrebbe essere definito con un nuovo nome. Tornato in albergo ho annotato questo magro spunto. Mi ero dato qualche giorno per scrivere del progetto "At home with Zindars".che Luciano Troja, uno tra i migliori pianisti jazz italiani, ha dedicato nel 2010 a Earl Zindars, compositore e sodale di Bill Evans e ho pensato che la storia dei due fiumi fosse un possibile inizio.

Avevo incontrato Luciano Troja a Catania qualche giorno prima, durante la presentazione del mio romanzo "Chiedi a Coltrane" nella rassegna/incontro tra musica e letteratura diretta dall'amico e grande batterista jazz Francesco Cusa Premetto che "uso" il jazz per ricavarne storie, come se l'ascolto fosse per me una sorta di rielaborazione delle note in alfabeto. Occorre, quindi, prendere le mie ricostruzioni come "liberamente tratte da"., niente filologia, né puntuale cronaca dei fatti. Lo dico perché nessuno si senta autorizzato a inviarmi pignole annotazioni e per invitare i più alla pazienza rispetto a certe libere digressioni. Prima, infatti, di accennare allo splendido "At home with Zindars", ho bisogno di ricostruire gli snodi narrativi di questa storia e di descrivere come io stesso mi sono avvicinato per caso al progetto.

Il primo snodo si dipana negli anni '50, durante il militare, dato che Earl Zindars e Bill Evans prestano entrambi servizio in Marina. Appena conosciuto, Zindars propone a Evans il proprio arrangiamento di "September in the rain", un motivo della fine degli anni '30. A Bill piace, e la farà eseguire nonostante il parere avverso di alcuni tra i suoi colleghi della Army band. Da quell'episodio oltre all'affinità artistica, tra i due scatta l'empatia a cui seguirà una vera e propria amicizia. Bill gli fa pure da testimone di nozze e la famiglia Zindars diviene la sua famiglia. Bill e Earl hanno vite divergenti. Per Zindars la famiglia è il fulcro. La moglie Anne, musicista, cantante, lo consiglia, gli scrive i testi di alcuni brani. Nascono due figlie e Bill diviene lo zio acquisito. Dopo il grande successo di "Kind of Blue" con Miles Davis (1959), pubblica per la prima volta un brano di Earl in "Explorations" nel 1961. Si tratta di "Elsa", uno dei suoi migliori pezzi, (insieme a "How my heart sings"), frutto concreto dell'intesa tra i due. In questo album Bill, in trio con Scott La Faro e Paul Motian, è divino, sicuro, esprime il concetto di un jazz democratico in cui gli spazi per contrabbasso e batteria non sono semplici assoli, riserve in mezzo alla supremazia altrui, bensì armoniosa bellezza a cui per giungere occorre fare spazio, poiché moltiplicare non è occupare. Mi sono domandato cosa provo quando ascolto Bill Evans. Fondamentalmente mi sento bene. Non ho bisogno di comprendere intellettualmente e il cuore, finalmente libero, addomestica la mente. Si tratta di un istintivo e al tempo stesso raffinato "piano emotivo" (gioco con le parole) che suppongo scaturisca dal delirio bellico, dalla mattanza ormai gettata alle spalle, appena scheggiato da incrinature frutto di personale inquietudine e modernità, propria dell'indole del pianista che col tempo si dilaterà. Una sorta di retrogusto secco e amaro che rende la narrazione ancora più arguta. Tutto ha stile, novità e autenticità nella musica di Bill Evans, un'armoniosa disposizione alla levità che pure non ha mai a che vedere col vacuo. La vita quando la narra Bill sembra davvero degna di essere vissuta.


Ma torniamo al punto. Earl si sposa, Earl mette su famiglia, costruisce in vita quello che Bill fa in musica. I due fiumi in questo caso rovesciano le parti e Bill diventa l'affluente. La sua fragilità cerca riparo in quella grande casa, la casa della famiglia Zindars, per scampare alla sua stessa arte, Cerca rifugio nel riflesso delle vite altrui, del suo amico Earl, poiché ogni musicista sa bene che il talento è una pianta carnivora, un parassita che si nutre dei sentimenti del suo stesso autore, lo spolpa, costringendolo a guardarsi vivere per trarne creatività, ma va ancora tutto bene. Bill ha 32 anni. E' solo il '61, "Explorations" è andato alla grande e se Scott La Faro, quel medesimo anno, dopo aver registrato "Sunday at the Village Vanguarde" decide una notte di andare a trovare la madre con un amico, sarà mica la fine del mondo? E, invece, lo è. Un albero si mette in mezzo alla strada. lo schianto, la macchina prende fuoco, fine dei giochi. In una vita c'è sempre un prima e un dopo e il prima di Bill Evans si dice che venga spazzato via quella notte.

Un altro snodo narrativo mi riporta in Sicilia, il giorno prima dell'incontro con Luciano Troja. Durante una splendida cena ad Acireale (da "L'oste scuro", per la precisione) con Francesco (Cusa), lo scultore, attore Francesco Gennaro tira fuori dalla propria borsa un testo intitolato "Il tratto che nomina" di Yves Bergeret, "E' una raccolta di note ed appunti in chiave poetica, antropologica, relazionale, esperita dall'autore lungo dieci anni di viaggi ed esperienze." Mi spiega. "...una breccia di conoscenza del pensiero animista, la trasmissione orale di cultura e tradizioni radicate nei secoli, tramandati con parole e segni." (volume pubblicato da Algra Editore). Nei giorni seguenti, incuriosito, leggo quelle note e vengo colpito da un brano in cui l'autore per stabilire un ponte relazionale con un artista nativo delle terre selvagge in cui si è stabilito compie con lui un passaggio tra due speroni di roccia. Grazie alla condivisione di quello spazio fisico, all'esperienza comune, i due stabiliscono un nesso.



At Home with Zindars - Luciano Troja


Ecco l'altro elemento, dunque, che sentivo rilevante ma che prima delle pagine di Bergeret non avevo messo a fuoco. Luciano Troja per legare sé stesso a Earl Zindars e Bill Evans ha condiviso la loro casa comune. Si è recato, poco dopo la morte di Earl avvenuta nel 2005, dalla moglie Anne ed ha praticato lo stesso culto "animista", frutto di gentilezza, rispetto e amore. E' stato a lungo con lei, con le figlie, ha legato la propria sensibilità alla grazia che era scesa su quelle mura. Così è nato il progetto multimediale "At home with Zindars". (video, libretto e cd), per via della passione di Luciano per Bill Evans, per la possibilità insperata di attraversare il tempo e giungere sino a lui. a 30 anni dalla morte (Evans muore nel 1980). Ha, quindi, eseguito i brani di Earl che lo stesso Bill aveva suonato. Lo ha fatto in piano solo non tanto per sfidare i fantasmi, quanto al fine di rileggere la sua musica ed eseguirla come se fosse "liberamente tratta da". Sono 16 tracce in cui ogni sensibilità trova il proprio racconto. Annoto tra le altre "Karen's mode", una felice sintesi di patetico e fresca vitalità, la stessa "Bill e Earl", composizione di Troja (unico tra i brani a sua firma) in cui certe note sospese riempiono i silenzi ed altri passaggi restituiscono la complessa sensibilità dei due. La stessa "Mother of Earl" viene eseguita con limpida voce, sfruttando del solo la possibilità di arricchire di molte sfumature, dei diversi caratteri che la narrazione di un tema così personale può avere. "How my heart sings" si annida, invece, in esili note, nella fragilità dell'interpretazione, nello scricchiolio del legno che si avverte in sottofondo. Basta scegliere in questo ricca pastura, nell'opera che ogni artista dedica una volta nella vita al proprio Dio, per trovare materiale con cui emozionarsi. Non a caso la rivista americana Stereophile ha assegnato al cd il massimo riconoscimento annuale della critica “Record To Die For 2011”. e il progetto ha ottenuto una nomination al 10°Independent Music Awards (USA).

Ecco che i fiumi si ricompongono per divenire uno soltanto e i nodi si sciolgono, non hanno più ragione di esistere. Earl è stato Bill e viceversa. Bill visse nella casa di Earl, vide, guardando lui e la sua famiglia, ciò che non seppe essere. Fu la visione di sé stesso alla finestra, fu le sciagure che dal '61 in poi gli accaddero, fu la droga, l'arte che lo esiliò dalla sua stessa vita, fu grande autore (non si dimentichi, come lo stesso Earl dichiarò, che "Blue in green" è creazione di Bill Evans e non di Miles Davis), ma per stabilire, come in un culto animista, il contatto tra passato e presente, perché nascesse la magica empatia occorreva davvero abitare la casa di Earl Zindars, vivere tra quelle mura e Luciano lo ha fatto con rara sensibilità, perché Luciano Troja è stato davvero "At home with Zindars".


Dato che in questo blog parliamo anche di libri ti segnalo, infine, la splendida graphic novel Raymond Carver, una storia. Leggi il post e continua il viaggio in questo blog.


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