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Dezron Douglas & Brandee Younger: jazz in un appartamento ad Harlem

"Force Majeure" è un virtuoso progetto senza paura delle imperfezioni e dell'easy listening.

Essere una coppia di musicisti in questo periodo aiuta o deprime? Essere Dezron Douglas, uno dei più quotati contrabbassisti e Brandee Younger, arpista dalle collaborazioni altrettanto prestigiose, sovente impiegata dai più grandi artisti pop, può consentire durante questi tempi di streaming di riprodurre una musica che si nutra di spontaneità e, dunque, può aiutare l'animo martoriato di noi tutti.


In "Force Majoure" (il titolo cita la clausola che ha annullato migliaia di contratti ai musicisti di tutto il mondo) manca il rumore di stoviglie, ma l'atmosfera dell'appartamento dei due in East Harlem si coglie palpabile. Progetto uscito nel dicembre 2020 per la International Anthem (la stessa di "Who sent you?" degli "Irreversible Entanglements" clicca sul post per saperne di più o di "Universal Beings" di Makaya McRaven clicca sul post per saperne di più) e quasi tutte cover che spaziano da John Coltrane agli Stylistics di "You make me feel brand new" del '73, ripresa poi dai Simply Red nel 2003. L'idea a cui gli artisti sono stati indotti per "causa di forza maggiore" è quella di poter essere sala d'incisione e broadcast, per quanto poi prodotti e distribuiti dalla International Anthem. Non è sbagliato a pensarci bene, specie stante l'attuale relativa rilevanza delle etichette discografiche, sia in termini di ufficio stampa, che di opportunità di guadagno. In altre parole se non sei utile a promuovere musica e far vivere un artista del proprio lavoro che ci stai a fare?


Negli USA è sempre più invalso l'uso dell'autoproduzione non solo tra gli artisti più affermati ma anche tra i giovani (ad esempio il quotato pianista Micah Thomas, classe 1997) ed anche in Italia si comincia a capire di come l'aria stia cambiando. Non si tratta solo di una scelta relativa al business ma anche alla tipologia del progetto. Se, infatti, le imperfezioni divengono una sorta di interplay con l'ambiente domestico, la stessa scelta dei brani è connotata dalla maggiore intimità e minore ambizione. Si parte, dunque, dal presupposto che l'obiettivo principale è abbattere le barriere che il Covid ha posto con una sorta di happening collettivo e inclusivo. il tutto, appunto, per causa di forza maggiore. L'intrattenimento viene posto al centro della scena non per svilire il concetto, quanto piuttosto al fine di fornire consolazione e stringere attorno a sé una comunità. L'aggregazione è la reazione più ovvia al Covid.


Dezron Douglas, ormai quasi quarantenne, è stato sideman di Pharoah Sanders, Makaya McRaven, ma anche recentemente di Enrico Rava e Joe Lovano in "Roma" pubblicato per ECM). Personalmente, qualora interpreti correttamente l'allusione, non condivido affermazioni tipo "Black music can only be created not replicated" che lo stesso Dezron Douglas pronuncia nel disco equiparando il jazz esclusivamente alla BM. Se così fosse persino Pablo Picasso non sarebbe mai esistito o dai posteri giudicato un mero imitatore dell'arte africana e io stesso mi vanterei molto più delle mie origini livornesi quali fattore esclusivo e necessario per cogliere l'ironia insita nel vivere. Il Jazz è, invece, qualcosa di universale e alto. Offre a tutti asilo e possibilità di dare contributo all'evoluzione del linguaggio, senza possibilità di appropriazione. Diverso sarebbe l'apprezzarne storicamente le origini ed il marcato apporto specificatamente dei musicisti afroamericani. Gli schiocchi o i set up black del contrabbasso di cui mi spiegava l'amico Ferdinando Romano (fresco premiato quale miglior nuovo talento italiano da Musica Jazz, leggi qui del suo splendido "Totem") sono la parte che ha diritto di parola in quanto fulcro di uno stile, non definizione di un genere. Poco male, di fronte alla bellezza del progetto. Vi segnalo l'approccio molto libero e la bellezza e ruvidezza di certi suoni, così come l'esecuzione di brani quali "Wise one" di Coltrane. Meno il "You make me feel brand new" nelle parti in cui la melodia espressa dallo strumento sembra spinta oltre il necessario.


Brandee Younger è altra notevole protagonista della nuova scena jazz. Si è tolta la soddisfazione di suonare con Pharoah Sanders, Jack DeJohnette, Charlie Haden (se vi può bastare), ma anche artisti pop come Johnny Legend e Lauryn Hill, The Roots e Beyoncé. Insegna arpa alla New York University e divide l'appartamento in East Harlem di cui dicevo sopra con Dezron (oltre la comunanza di affetti). L'arpa già da qualche anno è stata sottratta all'ultra elite musicale per approfittare della capacità dello strumento di gestire la melodia in modo ricco e per molti versi inusuale.


"Force Majeure" è, dunque, uno di quei dischi che si ascolta volentieri tanto quanto volentieri si compie una passeggiata in una giornata di sole. Qualcosa di intimo e domestico che unisce e abbatte le barriere, che consente di percepire fisicamente il luogo in cui è stato composto ed il momento esatto. Non è epocale, non cambia il perimetro del jazz, ma chi se ne frega? In questo momento c'è bisogno di bellezza anche solo per lenire le ferite e costruire ponti e questa esigenza emotiva che condividiamo noi tutti è essa stessa cronaca puntuale di un periodo storico. Questione di forza maggiore, folks. Besos.



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