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Cosa ascoltare a Natale 2020? Oscar Peterson.

In un anno quale l'attuale ognuno a Natale scelga chi e cosa lo fa stare bene. I motivi per cui ascoltare il grande pianista Oscar Peterson.


Oscar Peterson suona il pianoforte
Cosa ascoltare a Natale? Oscar Peterson.

Sta giungendo Natale e la ricerca di una playlist che ci aiuti a recuperare la giusta predisposizione d'animo è un'attività che definirei di ristoro emotivo, se non fosse che il verbo "ristorare" sia ormai tristemente associato. Quest'anno ho scelto Oscar Peterson per apparecchiare il desco natalizio, Sarà lui, insieme al maglione con le renne, alla tavola imbandita (con relativo numero d'invitati), al profumo del cibo, alle risate dei bambini (sempre più grandi), sarà lui, il grande pianista jazz nato a Montreal nel 1925 e morto nel 2007 a scandire le festività (almeno le mie).


Oscar Peterson si è affermato precocemente (a diciotto anni era già uno degli elementi di spicco di uno delle più importanti orchestre canadesi) e a venti poteva vantare un contratto con la Victor (società discografica della RCA con sede a Montreal). Prima di essere famoso negli Stati Uniti dovette, invece, attendere qualche anno, ciò nonostante la stima di Count Basie, Coleman Hawkins e dello stesso Dizzy Gillespie, di 8 anni più vecchio, che, ascoltato la prima volta, lo definì "un pianista al di là di ogni immaginazione", Ma il primo a condurlo negli States fu Norman Granz, produttore discografico fondatore della Verve che, leggenda vuole, lo ascoltò durante un viaggio in taxi a Montreal. Esordì così al Carnagie Hall a 24 anni. La formazione che essenzialmente ne caratterizzò la carriera fu il trio con Ray Brown al contrabbasso e Herb Ellis alla chitarra. Senza amplificazione di sorta, senza batteria, dal '52 al '57 disegnarono uno stile fatto di classe cristallina e equilibrato interplay. Si ricordano soprattutto alcune registrazioni dal vivo tra le quali "At the Stratford Shakespearean Festival" del '56. Sotto la spinta di Norman Granz furono privilegiati, oltre alle suddette registrazioni dal vivo, album tributo quali tra gli altri "O.P. plays Duke Ellington" e "O.P. plays George Gershwin" entrambi del '52, "O.P. plays Count Basie" del '55.


Ma, il giorno di Natale non suonerò tali raccolte, quanto dischi relativi ad altro passaggio della sua carriera, successivo al rapporto con Granz che nel '61 vendette la Verve alla MGM. Con un nuovo produttore, Jim Davis, Oscar Peterson insieme all'amico Ray Brown (suoneranno insieme per quindici anni, "più di una moglie" ebbe a dire lo stesso Ray) e al batterista Ed Thigpen suonerà alcune piccole perle di classe cristallina.


Non vorrei abbinarvi musicalmente le portate, né certi intimi rendez vous, ma prima che il vino abbia sciolto l'atmosfera, quando i cuori ancor attendono la brezza dell'abbandono, iniziate ad ascoltare in sottofondo l'album "We get requests" registrato negli studi RCA tra ottobre e novembre del '64. Deliziose rivisitazioni di classici tra i quali Corcovado e Girl from Ipanema di Antonio Carlos Jobim & co, colonne sonore quale "The days of wine and roses" composta da Henry Mancini e Johnny Mercer, tratta dall'omonimo film girato da Blake Edwards nel '62 con Jack Lemmon e Lee Remick, o una composizione dello stesso Oscar Peterson dedicata allo stesso produttore Jim Davis ("Goodbye J.D.").



Consumati i primi bicchieri, resosi l'eloquio più sciolto e ricordati episodi della fanciullezza di tutti i presenti (rubando con questo il diritto a chi fanciullo lo è di diritto), sarà giunta l'ora di un jazz venato di blues e non troppo ardito swing che, più di un servito di cristallo, somigli ai bicchierini bassi e solidi con cui ci attardiamo al tavolo per dilatare il tempo della festa. Ah, quale nettare è ciò che ci giunge in sorte quando l'animo e il corpo sono predisposti al bello. Cosa ricorderete di questa stramaledetta vita se non le risate, le sere ebbre in cui uno sguardo malizioso vi fece sperare? E' forse la tetra responsabilità ciò che vi darà il senso e quando il canuto sarà l'unico colore possibile (ammesso che non preferiate l'orrido ramato di tardive colorazioni) vorrete ricordare di non aver niente da ricordare?


Ecco, quindi, che si apre la scena "Night Train", album prodotto da Norman Granz nel '63 con la stessa formazione del precedente album in cui è viva la sensualità post prandiale, quella che languida vi guiderebbe dopo una rapida intesa di sguardi a cogliere un altro pasto. All'interno brani del Duke (Ellington) e uno anche di Oscar Peterson (una dolente e pastosa "Hymn to freedom"). Una splendida versione di "Georgia on my mind". e persino una di "Volare", sebbene ogni rivisitazione jazz del brano di Migliacci/Modugno/Parish mi facciano sovente impressione un po' di maniera. E ancora Cole Porter con la sua "My Heart Belongs to daddy", "Now's the Time" di Charlie Parker e altre gemme, 18 in tutto per arrivare fino alle 5 della sera senza nemmeno dover fare lo sforzo di cambiare disco.



Ah, dimenticavo. Perché Oscar Peterson non tanto a Natale, ma perché proprio in questo Natale 2020? Direi perché non si tratta solo di un anno, no. Si tratta di un progressivo incattivimento delle nostre vite, del vilipendio della verità calpestata dall'arroganza, della gentilezza relegata a iniziativa marketing, del ricatto economico che deturpa il nostro quotidiano. Il Covid ha solo reso tutto ciò evidente, ma non ha al momento fornito alcuna cura. A cosa dunque abbandonarci? Come porre riparo alla sciagura? Credo che tutti quanti noi abbiamo bisogno di forti dosi di bellezza, di tornare alla spensieratezza bambina, a quella gentilezza autentica e curiosa che vede nell'altro un ponte verso la felicità e non qualcuno da vessare per dimenticar la propria infelicità. Che sia Oscar Peterson, Bill Evans o chi volete voi, ma che gli alfieri di musicale bellezza ci diano requie almeno il giorno di Natale, Besos.


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