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Bill Evans, Enrico Pieranunzi, Copenhagen e altre storie

"The Copenhagen Concert", live con Enrico Pieranunzi al pianoforte, Marc Johnson al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, registrato nel 1996 al Montmartre di Copenaghen. A 40 anni dalla morte di Bill Evans per caso e per fortuna.

"The Copenhagen Concert" Enrico Pieranunzi, Marc Johnson, Paul Motian

Nel romanzo "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve" scritto nel 2009 da Jonas Jonasson, il protagonista, una sorta di Forrest Gump in salsa svedese alla senape e aneto, sostiene che "Non serve iniziare la giornata cercando di indovinare cosa accadrà.", perché comunque le cose vanno da sole per quanto ci si ostini a spingerle nella direzione che vorremmo.


Accade così che Enrico Pieranunzi lo scorso anno incontri Mona Granager, proprietaria di una piccola e preziosa etichetta danese (la Storyville, come il vecchio quartiere a luci rosse di New Orleans dove leggenda vuole sia nato il jazz). Conversando, i pensieri poggiano i piedi ovunque, anche su gradini dimenticati: Copenaghen, 2 dicembre 1996. Non un concerto qualsiasi, non un trio qualsiasi: Enrico Pieranunzi, Marc Johnson, Paul Motian.


Pieranunzi ricorda così di avere da qualche parte la registrazione della serata e, tornato a Roma, fruga letteralmente tra gli scatoloni fino ad uscirne vincitore. Grazie ad un tecnico del suono sublima la musica ritrovata, per inviarla, quindi, alla Granager che giustamente se ne innamora. Marc Johnson ne accetta ben volentieri la pubblicazione e così gli eredi di Paul Motian. il gioco è fatto e il concerto giunge a noi appena 24 anni dopo (nonostante già all'epoca si fosse pensato di pubblicarlo).


Può Il battito d'ali di una farfalla provocare un uragano dall'altra parte del mondo? Non lo so, ma di certo la bellezza non lascia indifferenti. Un trio che è evansiano non solo per quanto concerne la composizione, ma per l'anima stessa. L'ultima formazione di Bill Evans, quella che dal 9 settembre 1980 (6 giorni prima della sua morte) avrebbe dovuto suonare per una settimana al Fat Tuesday e che non poté per le condizioni di salute del pianista, era composto da Joe LaBarbera alla batteria e proprio Marc Johnson al contrabbasso. Con Marc Johnson, Pieranunzi ha suonato molto (il trio della meraviglie era proprio con lui e Joey Baron alla batteria). Valgono le parole di Pieranunzi sull'amico e collega "il suo modo di suonare è un concentrato di tecnica, sensibilità e tanto altro." Una sorta di magico equilibrio che viene non solo dalla tecnica, quanto dal modo di essere uomo e artista, dalla maturità con cui la musica viene dominata e lasciata libera al contempo, dal non rappresentare il proprio ego, spesso semplice ostacolo, ma tutto il resto, silenzio compreso, dal togliere l'ovvio e lasciare il significativo. E' frutto di ascolto e restituzione, è capacità sciamanica, è catturare lo spirito del momento e lasciare che parli con le proprie corde. Credo che alla fine le regole per vivere e per suonare, quella sorta di esprit de finesse che fa comprendere fin dove spingersi e in che direzione andare, si somiglino molto. Qualità che Marc Johnson possiede.


Di Paul Motian cosa dire se non ricordare i 4 dischi registrati con Bill Evans e Scott LaFaro che hanno segnato una tacca profonda nel Baobab del Jazz? Cosa dire se non ricordarne lo stile definito da Pieranunzi stesso: "Paul Motian suonava la batteria da compositore e compositore lo era davvero. Aveva un suo mondo musicale obliquo, del tutto anticonvenzionale. (...) La sua evoluzione in direzione libera, partendo dalla collaborazione storica con Bill Evans è stata secondo me una delle cose più straordinarie mai accadute nel jazz. (...) Amava destrutturare i brani, il loro tempo, ma il suo suono manteneva un sotterraneo e fascinoso rapporto con la tradizione". Enrico Pieranunzi ha lavorato con Paul Motian fin dal 1992 in occasione del Festival di Roccella Jonica. fino al "Doorways" del 2002 in duo o ai concerti del 2010 al Village Vanguarde (Paul Motian muore il 22 novembre del 2011).


Scrissi su questo blog di Enrico Pieranunzi più o meno un anno e mezzo fa. Dopo aver ascoltato un suo concerto a Firenze mi era presa la voglia di riascoltare "Soft Journey" inciso da lui con Chet Baker. Dopo aver ascoltato "The Copenaghen Concert" viene, invece, voglia di abbandonarsi a uno dei nostri pianisti più bravi ed evansiani (insieme all'amico Luciano Troja - leggi il post "At home with Zindars). Viene voglia di concedersi agli scarti della mente, a Bill Evans stesso. Non è un caso che questo disco live sia uscito esattamente a 40 anni dalla sua morte. Ciò mi colpisce come ritrovare una persona cara, mi induce ad un ascolto affettuoso.


Digressione a carattere personale: in questo periodo con l'amico e illustratore Valerio Pastore (leggi post su "Raymond Carver, una storia") stiamo realizzando la graphic novel che non c'è, ovvero "Bill Evans, a portrait" e ho trovato nell'uscita inattesa di questo live se non un segno del destino (che tanto come detto fa ciò che vuole), almeno un'emozionante consonanza. Di seguito le meravigliose tavole (sono di parte) in anteprima.



Può, infine, il battito d'ali di una farfalla farmi tornare a Copenhagen e al Jazzhus Monmartre? Credo di sì, la mente ha sempre voglia di fare escursioni. non è nata per una cosa soltanto. Vuole alto e basso, lungo e largo, grosso e magro. Per questo ripesco il post dedicato alla capitale danese con tanto di visita al sopra menzionato club. Espressamente recatomi in pellegrinaggio per visitare il locale, ebbi purtroppo occasione di assistere ad un concerto espressamente confezionato per pubblico locale (il pianista Carsten Dahl con ammicchi, gigionerie e battute in stretto danese). Mi toccò, persino, in sorte una versione di "Autumn Leaves" assolutamente inutile rispetto a quella universalmente amata di Bill Evans. Ma la serata e l'alcol furono ugualmente gradevoli, inebriato ero dove dovevo e volevo essere.


"The Copenhagen Concert" di Enrico Pieranunzi, Marc Johnson e Paul Motian è una splendida divagazione, sia musicalmente che nelle circostanze in cui è stato ritrovato. D'altronde il jazz non è mai solo musica. Essenzialmente è noi stessi, le parti dimenticate e quelle neppure conosciute. Il jazz è scantonare inaspettatamente, a patto che ciò sia necessario. Come riconoscere il necessario? Solo passando la vita a scartare cose o a cercarne altre negli scatoloni. Enrico Pieranunzi fortunatamente ha ritrovato questo live, lo ha ritrovato proprio adesso e tutto torna, anche la memoria e la voglia di continuare ad ascoltare questo jazz.




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