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"Big Hell on Air" - Piero Bittolo Bon. Il Jazz che avvertiva già la nuova era



Il fiutare l'aria è proprio degli artisti e se i suddetti hanno il dono dell'ironia le segrete essenze vengono presto svelate. Nel 2016 Piero Bittolo Bon faceva uscire per la Auand Records (vivo, poetico e resistente baluardo del jazz italiano), co-prodotto da El Gallo Rojo, il ricco progetto musicale "Big Hell on Air". Perché riparlarne adesso? Primo perché nuovo e vecchio sono categorie misere di fronte al bello e al brutto e secondo perché grazie proprio al rabdomantico istinto, l'artista non si limitava evidentemente a farci godere un bellissimo disco, ma prevedeva con un gioco di parole i tempi che di lì a poco ci avrebbero sovrastati.


Ma andiamo con disordine (amo le libere associazioni di idee). Dal vivo ho avuto la fortuna di ascoltare un assolo di Piero Bittolo Bon durante un'esibizione in cui Dave Murray e The Tower Jazz Composers Orchestra sarebbero dovuti essere i protagonisti. La TJCO si è formata proprio nel 2016 ed è l'orchestra residente del Jazz Club di Ferrara (vera e propria istituzione, meravigliosa location e concerti mai banali che ci auguriamo di poter presto tornare ad ascoltare). Tale orchestra è affidata alla direzione di Alfonso Santimone (colonna portante del progetto "Big Hell on air") e dello stesso Piero Bittolo Bon. Di lui e del suo assolo di quella sera così scrissi:


".. l'incredibile assolo del sax contralto di Piero Bittolo Bon, inatteso a causa della mia ignoranza. Un suono fluido, non una singola invenzione ma un incredibile continuo, Uno strumento suonato ossessivamente, percosso, senza mai eccedere nell'invenzione fine a sé stessa. Uno stile di cui si avvertiva l'intelligenza, l'ironia, l'autoironia che abbatteva in ogni passaggio l'ego (non i mattoncini) suo e il nostro, costringendoci inermi ad ascoltare. La capacità di cogliere i passaggi e in ognuno di essi essere altro e sé stesso, essere pieno e assenza, Come si fa a descrivere la comunione di spirito che si crea di fronte alla bellezza? Come la musica può inventare le parole che mancano al nostro vocabolario ? Quando un artista è incredibilmente ispirato diviene alfiere di Dio e il vecchio barbuto era lì l'altra sera. Se la godeva con l'aria di uno che se ne intende, battendo il piede, orgoglioso del figlio suo. Questo era nell'assolo di Piero Bittolo Bon, dannazione, tutto questo e niente di più. "


Dunque, quella sera avevo colto l'indizio: Piero Bittolo Bon e l'Assoluto sono in rapporto. non potrei dire se frequentandosi sul dark web o se con una Sim speciale, ma si parlano. Avrei potuto trarne le conclusioni, avvertire il mondo, ma all'epoca ero concentrato sulla musica. Oggi no. Oggi alla luce delle prove cui siamo sottoposti, vorrei rileggere il suo "Big Hell on Air" per ciò che in realtà ci comunicava, per il suo senso letterale.


La formazione che lo accompagna nel progetto "Big Hell on Air" è quella consueta e preziosa dei Bread & Fox, ovvero oltre a Piero Bittolo Bon al sax alto, flauto e clarinetti, Filippo Vignato al trombone, Glauco Benedetti alla tuba e all’euphonium, Alfonso Santimone al pianoforte e Andrea Grillini alla batteria. Il progetto ha in sé, tra le altre, la particolarità, di scambiare la ritmica del contrabbasso con l'utilizzo della splendida tuba di Benedetti (altro autorevole esperimento citato in questo blog è quello di Theon Cross con "Fyha" ).


Il progetto inizia con la sulfurea #b2de10 , una sorta di plumbeo aggirarsi per le vie del sogno o, meglio, l'incedere di chi si ritrovi a passeggio in un'alba diversa, solitaria per le vie deserte e oda il soffio del diavolo, il suo approssimarsi.


In "Spice Girls from Arrakis" trova spazio un progressivo stratificarsi di strumenti e frasi musicali come se nel rumorio di sottofondo, nel lavorio di ganasce della sventata vita pre-Covid-19, ci fosse già un tema sottostante. Quel tema le orecchie sensibili di Bittolo Bon lo fanno erompere di lì a poco, quale monito inquieto. D'altronde Arrakis niente è se non il pianeta desertico che fa da ambientazione principale del ciclo fantascientifico di Dune dello scrittore Frank Herbert . Un mondo essiccato a cui Bittolo Bon aggancia il power girl vuoto di senso, inganno cosmico di super-eroine colluse.


Giunge il morbo e ci rendiamo conto che davvero "Everything works". Morbidi e desolati passaggi musicali che ci lasciano attoniti mentre ci aggiriamo con i nostri preziosi sacchi d'immondizia tra le vie deserte, preda dei primi ciuffi di erbacce, Siamo spaesati, la musica stessa, fintamente quieta, ci induce a ciò (l'utilizzo della tuba conserva qualcosa capace di turbare al pari dello sgranare di certe percussioni utilizzate nel brano). Tutto è silenzioso, eccetto il nostro cuore in tumulto, Qualche cane porta con sé il proprio padrone al guinzaglio, scantona, quindi scompare.


Il gusto di Bittolo Bon per le acrobazie lessicali non è casuale. Lo scarto di senso è, infatti, lo stesso che applica nella musica, il vuoto che colma di ironia per poi sottrarla immediatamente, prima che essa da sorpresa possa divenire adagio e, più ancora, prima che cessi di essere strumento per scoprire. Lo stesso brano "La mela di adesso" è una costruzione libera, una costante applicazione di interplay basato su solida struttura, una serie di spazi nei quali il sassofono di Bittolo Bon divarica l'armonia, è pezza e tessuto pregiato, cucitura e strappo. La deriva finale dal sesto minuto per una sessantina di secondi gustosa, pastosa, sazia e affama, libera e imprigiona.


Ma, diciamola tutta, così da svelare il senso di questo stesso articolo: l'ironia ha una sua validità filosofica profonda, poiché essa si sottrae e sottrae l'autore al senso comune, allude alla realtà e in questo suo essere campo aperto riesce a preconizzare persino l'avvenire. Ecco, perché "La mela di adesso" vale per me quale riferimento alla situazione attuale, una sorta di frutto scarnito fino al torsolo che non possiamo buttare, perché è tutto ciò che abbiamo. Viviamo così schizofrenicamente la doppia sensazione di apprezzare particolarmente le briciole rimaste, e l'inquietudine di tale progressiva sottrazione. Ciò rappresenta allusione e rimando ad una libertà che si è fatta lontana, che ci asseta.


Non vi basta? Ascoltate la splendida "Gutkäfer Strut" in cui si staglia non solo il sassofono di Bittolo Bon ma anche la virtù di tutti i Bread & Fox che altro non sono se non individui, splendidi musicisti, legati a doppio filo tali da dimostrare quanto l'interconnessione non sia fondata sul timore del contagio, quanto un moltiplicatore di bellezza.


Cos'è, dunque, il jazz se non cavare anche dalla nota sbagliata dell'altro una frase sublime che non sarebbe mai potuta accadere, se non proprio grazie a quell'errore? Forse questi stessi tempi sono il salutare inciampo, o forse l'anticipo della rovinosa caduta. Quien sabe?


Senza pedissequamente dover tessere le lodi di tutte le singole composizioni di "Big Hell on air" (unico apocrifo è "Paper Toilet" di Henry Threadgill, che ricordo, tra le altre imprese, quale fondatore degli "Air" , stupendo trio free jazz fondato nel 1971) credo sia ormai comprensibile come questo disco sfidi tempo presente e futuro. Credo anche sia altrettanto comprensibile come la sensibilità di un artista che usi il jazz quale mezzo di espressione e sia contemporaneamente votato alla libertà e all'ironia (mi viene in mente il geniale Francesco Cusa) sia più di altri in grado di cogliere il futuro, che si tratti di accadimenti o, più semplicemente, di nuove vie musicali. "Big Hell on Air" non è, quindi, libero esercizio, ma un'antenna conficcata sulla vetta più alta che deve aver captato qualcosa dallo spazio profondo. Che non vi passi, dunque, inosservata.





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Theo Cross con "Fyah" uno dei migliori lavori del 2019, esempio della nuova scena jazz londinese.

L'ultimo post che magari non hai letto è su Legacy dei Pericopes + 1, pubbllicati dalla magica Auand, etichetta italiana che sforna talenti jazz. Secondo me è meglio se ci dai un'occhiata

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