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Ascoltando Gary Peacock

Aggiornato il: set 13

Ci ha lasciati uno dei più grandi contrabbassisti che ha collaborato tra gli altri con Bill Evans, Miles Davis e Keith Jarrett. Un protagonista della musica jazz dal '60 ad oggi.

Gary Peacock muore a New York il 4 settembre 2020. Ha lavorato con Bill Evans, Miles Davis, Albert Ayler, Keith Jarret

Giorni prima della morte di Gary Peacock stavo ascoltando per caso il suo "December Poems", registrato nel 1977 e pubblicato nel 1979 per la ECM. Il jazz ha radici e fili invisibili tali e quali alla vita, è una sorta di flusso di coscienza, tanto che non esistono ascolti sistematici dalla "a" alla "jazz", ma affidandosi a liberi collegamenti, all'improvvisazione, si giunge, persino, a soddisfare la propria anima o a comprenderne qualcosa.


Appresa la notizia della morte (Gary Peacock nasce il 12 maggio del 1935 a Burley nell'Idaho e muore a New York il 4 settembre scorso), mi sono chiesto per quale motivo fossi arrivato all'ascolto di questo splendido disco, tale soprattutto nei suoi solo (Jan Garbareck , perdonateci la rozzezza, non ha mai entusiasmato né me, né il mio barbiere Rosario, , ex clarinettista. nonostante gli riconosciamo entrambi capacità indiscussa di mescolare generi e stili con le atmosfere del folclore nordico). Sicuramente la traduzione di un inverno dell'anima in musica e al tempo stesso del calore intimo di certi entusiasmi solitari è di per sé attraente per la mia indole, ma c'erano altri elementi contingenti. Negli ultimi anni, ad esempio, sono sempre più affascinato dal suono scabro del contrabbasso, dato che non sopporto il chiacchiericcio, l'ego che invade ogni spazio a costo di oscurare la bellezza. Apprezzo talmente in sé la schiva grazia, la pesantezza fisica, il vibrato intimo di questo strumento, da privilegiare spesso nell'ascolto dei "solo" o, addirittura, dei "duo" (ricordo con piacere quello di Christian McBride e John Patitucci, visti dal vivo a Orvieto nell'ambito di Umbria Jazz Winter). In secondo luogo, lavorando alla figura di Bill Evans (il 15 settembre sono 40 anni dalla sua morte), sto riascoltando i contrabbassisti che con lui hanno collaborato. Dopo la morte di Scott LaFaro nel 1961 (il destino lo attendeva a notte fonda sulla Route 20 che da Canadaigua porta a Geneva) diversi si sono succeduti e Bill non ha mai commesso l'errore di cercare negli altri Scott, ma Gary Peacock, più di altri, gli è accostabile per approccio allo strumento, versatilità, capacità di essere free e Evansiano allo stesso tempo, pur senza mai tradire sé stesso, la propria idea di libertà che, inscindibilmente, si lega a quella di arte. "Quando sono arrivato a New York - ha dichiarato in un'intervista - ero guidato dal pensiero che quella fosse la Mecca degli improvvisatori free. Sono arrivato per migliorare e imparare, ma sono rimasto sbigottito. C'era un sacco di gente che suonava porcherie. E pensavo: Santo Cielo, ma c'è qualcuno che si rende conto di cosa sta succedendo? Certo, c'era Ornette, ma a parte lui era difficile trovare dei grandi musicisti free. Mi ritengo molto fortunato ad aver avuto la possibilità di conoscere Paul Bley, John Gilmore, Don Cherry e Albert Ayler. Suonavo un sacco di free e al tempo stesso lavoravo con Bill Evans e Miles Davis.". Nel panorama del jazz internazionale Gary era una figura lucida, scevra da retorica, umile . In fondo l'arte ha sempre bisogno di poggiare il piede su qualcosa di solido per volare.


Dopo che Chuck Israel (il contrabbassista designato a succedere a Scott LaFaro) e Larry Bunker si erano chiamati fuori per qualche mese, Bill Evans formò un nuovo trio con Gary Peacock e l'amico Paul Motian alla batteria. Peacock proveniva da Los Angeles (era coetaneo di Scott, a sua volta nato nel 1936) dove aveva lavorato con pianisti quali Clare Fisher e Paul Bley. Quello era il periodo in cui Bill Evans aveva firmato un contratto con Max Gordon, proprietario del Village Vanguarde per diventare una sorta di house band. Era la fine del '63 e, oltre alle serate al Village, il trio suonò a Toronto e a Montreal e poi ancora a Boston, tra le tappe più significative. In quel periodo la mano destra di Bill Evans aveva qualche problema per via di un'iniezione finita male, ma ciò nonostante la sua musica era perfetta.


Durante quelle date incrociarono il giovane Keith Jarrett (aveva 18 anni all'epoca). Keith e Gary Peacock insieme a Jack DeJohnette alla batteria daranno vita ad uno splendido, storico trio, (nonostante i vocalizzi di Jarrett, dannazione..) ed è inutile dire che nel libero flusso del jazz, Jack DeJohnette collaborerà anche con Bill Evans. Nel dicembre del 1963 Evans, Peacock e Motian entrano in studio per registrare "Trio '64" per la Verve. Lo stile nervoso e spezzato di Peacock incoraggia Evans ad accorciare le frasi musicali, alternandole a pause e per certi versi indebolendo l'idea stessa di continuità (non a caso i brani di questo progetto suonano tutti al massimo per 5 minuti).


C'è anche un'ultima connessione che riguarda Gary Peacock e il mio divagare in jazz Nello stesso periodo in cui ascoltavo "December Poems", mi era capitato per le mani un libro di poesie di Samuel Taylor Coleridge. Un verso tra gli altri mi sembra descrivere il progetto:


"Come, come thou bleak December wind,

And blow the dry leaves from the tree!

Flash, like a Love-thought, thro' me, Death

And take a Life that wearies me."


Nel disco, nella vita di Gary c'è la libertà di cogliere un dettaglio, uno stile, un'emozione e di capovolgere il proprio sentire nell'istante seguente, sempre mantenendo fede alla bellezza, perché non siamo una sola cosa, ma quando ci riusciamo, quando vogliamo che la nostra vita valga un po' più degli anni che viviamo, allora diventiamo arte. Come la musica di Gary Peacock.


Di seguito, per i più curiosi,i dischi che consiglio di ascoltare così da farvi una vostra idea su questo fondamentale artista. Ho appena aggiunto alla playlist "Mindset" in duo con Paul Bley su suggerimento dell'amico contrabbassista Ferdinando Romano che ha il merito con il suo "Totem" di aver prodotto uno dei migliori dischi di questo 2020 (featuring il grandissimo Ralph Alessi) e l'imprudenza di aver inserito in tale splendido progetto una speciale citazione di cui mi vanto. Vi segnalo anche un post che avevo scritto sul bellissimo "Tales of another", suonato con Keith Jarret e Jack DeJohnette.


Besos













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L'articolo pubblicato sul grande Lee Konitz. Clicca qui.

L'articolo pubblicato su McCoy Tyner a seguito della sua morte. Clicca qui.

L'articolo pubblicato su Ferdinando Romano, uno dei migliori contrabbasisti italiani col suo album d'esordio Totem feat Ralph Alessi

Theo Cross con "Fyah" uno dei migliori lavori del 2019, esempio della nuova scena jazz londinese.

L'ultimo post che magari non hai letto è su Legacy dei Pericopes + 1, pubbllicati dalla magica Auand, etichetta italiana che sforna talenti jazz. Secondo me è meglio se ci dai un'occhiata

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Per saperne ancora di più, compresi i dati di lettura de blog leggi "Evans, Coltrane e Akinmusire alla festa del Jazz & Book Blog "Chiedi a Me"!"

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Se hai voglia di saperne di più sul mio romanzo "Chiedi a Coltrane" edito da Emersioni (non te lo consiglio) clicca qui;

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