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JAZZ & BOOK BLOG  a cura di Federico Fini (Chiediameblog)

 
 
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"Artemisia", Throw a glass (Erik Friedlander, Uri Caine, Mark Helias, Ches Smith)


"Artemisia", il progetto di Erik Friedlander uscito nel 2018 per la Skipstone Record ed eseguito con la sua stellare formazione Throw a glass (Erik Friedlander al violoncello, Uri Caine al pianoforte, Mark Helias al contrabbasso, Ches Smith alla batteria) è ispirato alla serie scultorea dei «bicchieri di assenzio» di Pablo Picasso, conservati al MoMA di New York.


Partiamo dalla scintilla ispiratrice, da un artista come Picasso che ha costantemente intrecciato bidimensionalità e tridimensionalità, esplosione del particolare e visione d'insieme, al fine di costituire un'opera che fosse percezione prima ancora che osservazione puntuale. Ascolto il progetto a tarda notte. La dieta etilica della serata allenta la razionalità. Niente di particolare, ma un prosecco, un paio di bicchieri di Pinot grigio ramato (il mosto resta a contatto con le bucce per una decina di ore acquisendo il classico color oro rosato) e un Dubonnet, vino fortificato al chinino, mi rendono incline alla percezione, Niente a che vedere con l'assenzio a cui si ispira il progetto musicale di Friedlander, Un distillato ad alta gradazione alcolica (circa 60°) all'aroma di anice e derivato da erbe, compresi i fiori e le foglie dell'Artemisia da bersi con una zolletta di zucchero per addolcire l'amaro calice.


Capisco che l'assenzio è una porta d'ingresso alla bellezza e che a essa si arriva solo grazie a coraggio e cicatrici. E' l'estasi, "Le porte della percezione" di Aldous Huxley vissute tramite l'uso della mescalina, principio attivo del cacto Lophophora williamsii (il peyote). L'estasi è un passaggio da varcare, sono i calici nel quale versare il frutto dell'abbandono, ciò che consente di uscire dal recinto della razionalità, della responsabilità che ci assoggetta a regole date, alla routine, Una gabbia emotiva costruita grazie a ciò che ci è dato e che mai coincide con ciò che vogliamo per un'ora o per sempre. Una via di fuga dalla pigrizia, la riappropriazione dei sensi, L'emergency door che si spalanca su un "Perfect day". Lo capisco di notte, perché di giorno può accadere solo in un parcheggio sotterraneo, in istantanee percezioni, nell'aspirare fumo voluttuoso di esotici tabacchi.


Al Pinocchio Jazz di Firenze la settimana precedente avevo goduto del concerto di Erik Frielander e dei suoi Throw a glass. Ero lì essenzialmente perché c'era Uri Caine. L'unica lacrima che abbia mai versato in un concerto è stata per lui e Dave Douglas. Auditorium Rai a Torino, 26 aprile 2014, quando ancora il Torino Jazz Festival era organizzato da genio Zenni (Stefano). Anche le lacrime sono frutto dell'estasi, della perfezione del momento. Occorre raccoglierle in calici, reliquari di cicatrici, di conquiste della percezione, della disponibilità ad evolvere per cui occorre prendersi almeno di quando in quando. a walk on the willd side, honey.


AS THEY ARE - THROW A GLASS, PINOCCHIO JAZZ CLUB, FIRENZE


Nell'ultimo lavoro di Erik Friedlander c'è poco di estetica e molto della ricerca di quale sia il sentiero che conduca all'estasi. Non un delirio solipsistico, ma una porta aperta alla sensibilità di grandissimi musicisti. Personalmente adoro Mark Helias. Già visto dal vivo allo splendido Torrione Jazz Club di Ferrara con i suoi BassDrumBone (ottobre 2017, con Ray Anderson, trombone, Mark Helias, contrabbasso, Gerry Hemingway, batteria ). Mi piace il suo interplay in composizioni che oltretutto scelgono sovente passaggi corali o incastri non semplici, mi piace il sapore che si apprezza nella sua sensibilità posta in primo piano in brani come Blush. Lo stesso Ches Smith, batteria (già con Marc Ribot e i suoi splendidi Ceramic Dog), che ha dalla sua il gusto asciutto, quasi new wave (come il look), il suono secco delle pelli tirate. Il vero alter ego di Erik Friedlander è in ogni caso Uri Caine. Hanno due anime diverse. Molto più dedita al volo, emotiva, solare, perfetta in un cristallino scalare di note che conducono alla felicità quella di Caine, mentre Friedlander scava nella dura terra per giungere a un profondo lirismo, tavolta dolente, quasi dal gusto nordico, a passaggi sentimentali che paiono raccontare di amori mai realizzatisi (una sorta di narrazione filmica alla Wong Kar Wai di "In the Mood for love") o a Epos di pace che mi portano dritto tra le nuvole della Berlino di Wim Wenders.


Ci sono brani che sono come bicchieri diversi da cui gustare "la fee verte" (la fata verde, l'assenzio), tutti ugualmente preziosi. Personalmente amo le parti meno liriche. Su tutte "The Great Rivelation", "Seven Heartbreaks", "As they are", Un paio di questi avete la fortuna di ascòltarli eseguiti dal vivo su questo blog tratti dal concerto tenutosi al Pinocchio Jazz Club di Firenze a metà febbraio 2020. Li trovate anche sulla pagina Facebook che siete caldamente invitati a seguire (fatelo ora che poi ve ne dimenticate).


Sono lento, dannatamente lento. Quando ho ascoltato dal vivo al Pinocchio Jazz Club i Throw a glass di Erik Friedlander non ero certo di averne bisogno. Sapevo di amarli uno per uno come musicisti, ma non di avere bisogno di questo dannato assenzio. L'ho capito la notte scorsa, dopo aver messo in fila qualche bicchiere di vino e un Dubonnet. Quanto a quest'ultimo lo citava persino Lou Reed in Berlin, cantando:


"By Berlin, by the wall You were five foot, ten inches tall It was oh-so nice Hey honey, it was candlelight and Dubonnet on ice"


Un'altra estasi, un'altra cicatrice in una città preziosa e dannata, come tutti i luoghi o le esperienze che ci conducono un pezzo più avanti. L'alternarsi tra lacrime e piacere, leggerezza e terra fredda, desiderio sublimato e carne. Il gioco della percezione che conduce all'essenza dell'universo e altre bagatelle. Io lo ascolterei se fossi in voi, tanto per fare un giro nella parte migliore del vostro essere umani e dei.


A proposito di dei, secondo la religione egizia, Anubi sottoponeva i defunti alla pesatura del cuore. Se pesavano meno di una piuma il cuore era "puro". Lo possiamo fare anche con questo progetto musicale, vivo, dannatamente vivo, ma assolutamente puro.


Besos


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Theo Cross con "Fyah" uno dei migliori lavori del 2019, esempio della nuova scena jazz londinese.


L'ultimo post che magari non hai letto è su Legacy dei Pericopes + 1, pubbllicati dalla magica Auand, etichetta italiana che sforna talenti jazz. Secondo me è meglio se ci dai un'occhiata


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Se hai voglia di saperne di più sul mio romanzo "Chiedi a Coltrane" edito da Emersioni (non te lo consiglio) clicca qui;


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